Mi sento il cuore in gola, ma continuo a salire senza fiatare. Le stradine di queste maledetto paesino sembrano puntare tutte indistintamente in un’unica direzione: in alto. Sempre più in alto. Faccio caso a malapena a quello che mi circonda, voglio solo che Gakul si fermi e ci dica che va tutto bene, che siamo arrivati. Che questa tortura è finita.
E alla fine, quel momento arriva. Sono praticamente all’inizio del trekking e già vorrei una bombola d’ossigeno: bene, non benissimo. Giorgio è pallido vicino a me, non dice una parola. Forse ho cantato vittoria troppo presto l’altra sera, pensando di averla scampata allo street food di Kathmandu.
Gakul sorride, ci fa cenno di seguirlo. Sorride sempre: è proprio come mi era sembrato, tranquillo, sorridente, sempre di buon umore. Sorrido anche io: Gakul ha un buonumore contagioso. Varchiamo una porta dipinta di rosso, stiamo entrando in un monastero. Non si vede nessuno in giro, la giornata è cominciata da poco. Il sole illumina chiaro con i suoi raggi la cittadina sonnacchiosa, acciambellata su stessa come un grande serpente che riposa sulle sue spire. Il monastero è incredibile, tutto colorato dei colori più brillanti dell’arcobaleno. Ogni dettaglio è accuratamente dipinto, i colori sono saturi e vivaci, tutto è incredibilmente ordinato e pulito. Ci si dimentica di dove ci troviamo e delle umili abitazioni che ci circondano: qui dentro è tutto talmente perfetto che sembra di essere entrati direttamente dentro a 7 anni in Tibet.
Siamo arrivati davanti a delle piccole scale accuratamente intagliate, Gakul ci fa cenno di toglierci le scarpe. Saliamo, incrociamo un monaco che scambia due parole con la guida poi sorride e scompare da qualche parte. La sala è piccola, ma variopinta e piena di oggetti. Afferro qualche spiegazione, ma sono distratta. Ci sono svariate ciotole d’acqua (sette per ogni set) che vengono cambiate ogni mattino. I libri che leggono i monaci durante le festività, e i gong che vengono suonati in tali occasioni. Vorrei saperne di più per capire meglio, ma già stiamo uscendo: la giornata di acclimantamento è appena cominciata.

Everest View Hotel (3880m)
E infatti abbiamo fatto l’unica cosa che siamo veramente venuti a fare: salire. Ora siamo seduti qui, sulla veranda di questo incredibile hotel in pietra. Non oso pensare quanto possa costare passare una notte qui. Davanti a noi, coperti dalle nuvole, sono l’Everest e il Lotse.
Che poi il primo è il Sagarmatha, in lingua locale: ma non è un nome antico, come verrebbe spontaneo pensare. La storia del nome della montagna più alta del mondo è un racconto curioso. Il suo vero nome, quello con cui probabilmente è conosciuto da millenni da queste parti, è Chomolungma, “Dea madre della Terra”. Ma questo nome antico sopravvive solo tra le comunità locali di tibetani e sherpa. Poi sono arrivati gli inglesi e il colonialismo, e hanno cominciato a ribattezzare tutto ciò che incontravano lungo la strada: e così la montagna ha preso il nuovo, ingrato nome di “Peak XV”. Un paio di secoli fa un tizio ha deciso che fosse cosa carina ribattezzarlo in onore del cartografo suo predecessore, George Everest: il dettaglio che costui non fosse mai neanche stato in Nepal doveva essere, appunto, un dettaglio. Poi nel 1960 i nepalesi hanno deciso che la montagna dovesse portare un nome locale, e hanno deciso a tavolino che quel nome sarebbe stato Sagarmatha, il “Fronte del cielo”. Ma sta di fatto che la montagna più alta del pianeta continua ad essere conosciuta con il nome di un tizio che ironicamente non l’ha neanche mai vista.
Mentre sorseggio quello che probabilmente è il té più caro di tutta l’Himalaya, sorrido. Poco prima di raggiungere questa strana sistemazione lussuosa (che poi di per sé non è strana: è strano dove sta, sembra fuori posto. Come se fosse stata trapiantata per errore da qualche famosa e ricca località sciistica americana, e fosse finita qui per caso). Dicevo, abbiamo raggiunto un pianoro. E lì, finalmente, li abbiamo visti per davvero. Pelosi, grandi e con la gobba. I placidi yak. Non somigliano per niente a quegli altri che abbiamo incrociato nei giorni passati, che sembrano i cugini cattivi scappati dall’inferno: questi invece stavano tranquilli e paciosi, bellissimi nel loro lungo mantello. Non che fossero impegnati in particolari attività, stavano semplicemente lì a brucarsi il prato. Forse ce li hanno lasciati apposta per i turisti, mi viene il dubbio.

Namche Bazaar
L’esplorazione dei dintorni continua. Abbiamo da poco lasciato il “Sagarmatha next”: è un piccolo museo animato da un’iniziativa lodevole. I tanti, tantissimi rifiuti che infestano la regione vengono raccolti e portati qui: e poi si cerca di farli rinascere sottoforma di opere d’arte. Almeno una parte di questi, come si comportino con la quota restante non l’ho ben capito. La struttura è nuova e ospita un centro visitatori ben curato. Alla fine gli ospiti sono invitati a provare un visore: sembrano versioni sportive di Luke Skywalker quando imparava ad usare la spada laser – ma a loro immagino importi poco, mentre il visore li proietta sull’Everest.

Gakul ci ha lasciato il resto del pomeriggio libero, così ne abbiamo approfittato per fare un giro per il grande bazaar che è Namche. Negozi sportivi dall’aspetto (e prezzi) europei si alternano a negozietti locali che vendono qualsiasi bene di prima necessità (e non). Con un po’ di contrattazione si può ottenere di tutto. Per le strade – anzi, per i gradini del paese girano escursionisti nei loro vestiti variopinti, spesso con lunghi capelli e quasi tutti bruciati dal sole. Sembra di trovarsi in un gigantesco ostello a cielo aperto, un’atmosfera rilassata e informale.
A sinistra della strada principale scorre il fiumiciattolo che fa girare i cilindri fino al grande stupa bianco all’ingresso della città, mentre alla sua destra ragazzi passano il pomeriggio a giocare con la palla: a pallone prima, a pallavolo poi. Il campo è semplice, di terra, con una rete bucata che delimita il campo facendo quel che può.
La cittadina era a malapena sede di un mercato tibetano fino a pochi anni fa. Il turismo ha portato soldi (e spazzatura), che hanno portato sviluppo: ora c’è anche un centro medico, oltre che una scuola e una residenza per studenti (“a casa lontano da casa”): ci siamo passati davanti casualmente tornando in albergo. Da un lato una parete esterna piena di scarpe, dall’altro una parete tappezzata da spazzolini colorati. Una vista insolita e dolce.
Mi sento un poco affannata: forse perché la mia SpO2 è del 90% e immagino che andrà calando. Il programma vorrebbe che domani lasciassimo la cittadina per avventurarci nell’interno, ma siamo stati costretti a modificarlo perché Giorgio per adesso non è in condizione di proseguire. Lui sta male e non mangia, io mi ingozzo. Che coppia equilibrata.


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