Per ora siamo bloccati qui. Giorgio non è in grado di proseguire, anche se convincerlo a prenderci un giorno extra è stato davvero difficile. A un certo punto ho pensato di fingere di avere un problema io, pur di non sentire storie.
Abbiamo sfruttato la mattinata per visitare quello che abbiamo mancato ieri: dopo l’ennesima, spossante salita eccoci lì, su uno splendido punto panoramico. Le cime ci circondano da ogni punto, abbracciandoci con le loro vette innevate. Ogni tanto in lontananza si sente il rombo di tuono, ma il cielo è sereno: sono valanghe, che si staccano in lontananza. Non si vedono, ma si sentono. Non riesco ancora a memorizzare i nomi delle montagne: Taboche, Ama Dablam sono le nuove entrate. Da qui si vede anche quella che sembra una linea seghettata ma piana: sono in realtà cinque picchi differenti. Davanti a noi, il Lhotse e il Lhotse Shar. E poi, lui ovviamente: l’Everest. Si riconosce per la neve che solleva nel cielo. A quanto pare la cima vista dal Khala Pattar è nera, perché il vento non lascia tregua e non consente alla neve di posarsi.

Nello stesso punto si trova un museo della montagna: in questo momento è in manutenzione, ma Gakul ci ha strappato ugualmente un ingresso. Come prevedibile è tutto incredibilmente polveroso, siamo nel mezzo dei lavori. Due inquietanti manichini con occhi spiritati mostrano gli antichi vestiti del popolo Sherpa. Fotografie e disegni illustrano fiori, fauna e vita locale.
Poco più in basso, ridiscendendo la pineta, si incontra un secondo museo. Si tratta di un luogo storico, come amano sottolineare le scritte informative: proprio nel cortiletto d’ingresso piantarono le tende i primi scalatori dell’Everest, negli anni ‘50. Il museo si dispiega su più edifici, ed è tanto gelido quanto interessante.
La prima tappa è la ricostruzione di una tipica casa Sherpa. Gli Sherpa sono il popolo che abitava originariamente questa zona, e oggi fanno prevalentemente le guide alpine. I porter invece (quelli che si sobbarcano di pesi immensi e che a torto nella mia testa ho sempre identificato come “sherpa”) vengono prevalentemente da altre etnie. Entrando al piano terra si accatasta la cacca secca di yak: sembrano tante, tantissime mazze di tamburo (si, mi ricordano dei funghi) messe una sopra all’altra. Le feci essiccate sono conservate per essere bruciate: più si sale, più la vegetazione (e quindi la legna) sparisce e questo costituisce…una valida alternativa. Chissà se lo vedrò con i miei occhi più avanti. Al piano di sopra una grande sala funge da cucina, sala da pranzo e camera da letto, con svariati utensili appesi alle pareti. Un loft versione campestre. La camera più bella e colorata si trova in fondo: una piccola cappella privata, si potrebbe dire, si trova anche nelle abitazioni più povere. Dentro sembra in tutto e per tutto un monastero in miniatura: con i libri, le raffigurazioni e le statue di Buddha, dei dischi da sbattere come i piatti di una batteria, i gong (non so come si chiamano in realtà) nella camera più colorata e pulita della casa. Gakul dice che le dimensioni del monastero casalingo variano, ma che è sempre presente.

Nel secondo edificio due sale espositive sono dedicate al popolo Sherpa e alla conquista dell’Everest. Ho passato non so quanto tempo completamente rapita da una vecchia foto in bianco e nero: una giovane, bellissima Sherpa rivolge uno sguardo profondo e impenetrabile alla fotocamera, con l’usuale fascia intorno alla testa. Credo stesse sollevando un carico davvero pesante, ma lei rimane fiera con uno sguardo di sfida. La foto era piccola, messa tra tante altre senza particolare rilievo. E invece per me è stato come imbattermi in un piccolo tesoro.
La sala dedicata alle scalate sull’Everest riporta le foto di innumerevoli Sherpa che hanno raggiunto la vetta una, due, decine di volte. Sono semplicemente troppi per potersi davvero soffermare su ognuno di loro, ma alcune testimoninanze mi sono rimaste impresse. C’è la foto iconica di Sir Edmund Hillary con Tenzing Norgay, ad esempio. Felici, sorridenti, complici: è il 29 maggio 1953 e l’alpinista neozelandese con l’amico sherpa hanno appena conquistato la vetta della montagna più alta del mondo. Nel pannello che commemora le prime e più temerarie spedizioni compare anche “Messner Solo”, l’unico nome tra i tanti citati che avessi mai sentito in vita mia. La spedizione si riferisce all’ascesa in solitaria dell’Everest nel 1980, senza compagni né ossigeno supplementare. Ma tra tanti nomi e imprese straordinarie, sono due sconosciute a catturare la mia attenzione. La prima è una certa Junko Tabei: una giapponese che nel 1975 è stata la prima donna a salire in cima, in una spedizione di sole donne, poco più di vent’anni dopo la prima famosa spedizione e seguendone lo stesso percorso. L’altra donna è una scalatrice nepalese: di lei non ricordo il nome, ma incredibilmente ricordo bene i numeri. È nata il 10 dicembre 1961, è salita in vetta il 22 aprile 1993. È morta il 24 aprile 1993. Era la prima nepalese a salire in cima, e aveva appena 32 anni quando è morta: sull’Everest, appena due giorni dopo aver realizzato il suo sogno. Un destino crudele. Qui la ricordano con la foto di rito: i capelli neri sono disordinatamente raccolti in una coda, lei accenna un sorriso e sfoggia uno sguardo deciso. Un brivido corre lungo la schiena, quando collegando sterili numeri viene smascherata una storia così triste. Ma lei, nella foto, è ignara del destino che l’attende e ti guarda attraverso l’obiettivo. (la donna si chiama Pasang Lhamu Sherpa, ed è la donna di cui parlo nel giorno 1: quando abbiamo superato il gate a lei intitolato)
Il terzo edificio me lo sarei risparmiato: ignara di quanto freddo avrei sofferto, stamattina ho avuto la malsana idea di uscire indossando solo la maglietta a maniche corte e un misero pile. Questa sala mi è sembrata interminabile: un’infinita serie di fotografie che analizzano tutto l’analizzabile su questa regione. Quando siamo usciti, perfino Gakul si è stretto la sciarpa sulle orecchie.

Tornati in paese, ci siamo imbattuti negli stessi accaniti giocatori incrociati la mattina presto, quando abbiamo cominciato il giro panoramico. Gakul ci ha ripetuto a più riprese il nome del gioco, ma non sono riuscita ad afferrarlo. È una sorta di ibrido tra biliardo e subuteo: c’è un tavolo con quattro piccoli fori agli angoli. Si versa una polverina che dall’aspetto si direbbe farina per renderne più scivolosa la superficie. Ci sono dei piccoli dischi: metà neri e metà bianchi; un disco rosso e un disco bianco con un punto rosso. Si shicchera un disco verde leggermente più grande: prima si “spacca”, quindi si prosegue come fosse un biliardo. Abbiamo rubato qualche scatto e fatto un paio di tiri, nell’ilarità generale.
Il resto del pomeriggio è trascorso tranquillo: proprio di fronte al grande stupa all’ingresso della città si trova un caffé delizioso, che serve una cioccolata calda ricolma di dolcissima panna. La vetrata è esposta sui monti del versante opposto, e i colori del tramonto sono eccezionali. Il posto ideale per abbozzare un itinerario per il rientro in Nepal (beh, Nepal al di fuori dell’Himalaya). “Abbozzare” è il termine corretto, perché qui tutto è aleatorio: non sappiamo con certezza se prenderemo il volo da Luckla il giorno stabilito, può capitare di aspettare anche una settimana per poter ripartire. Vedremo.

Mi sono chiesta perché lo faccio, qual è la motivazione. Oggi nel gelido museo era la domanda posta a diversi scalatori: penso sia una domanda sensata da porre a chiunque venga qui. Nel mio caso, la risposta è davvero semplice. Voglio riempirmi gli occhi di bellezza. Anche se questo a volte costa fatica, fa temere pericoli e sottopone a disagi. La fame di vedere è più insaziabile di tutto il resto. E penso che a vari livelli sia questo a spingere la maggior parte delle persone. E poi, la sconcertante sensazione di quando davanti ai tuoi occhi si materializza qualcosa che era solo nei libri di quando eri bambino. Era solo un nome. E poi invece è lì. Questo davvero credo valga il viaggio.
Usciti dal café abbiamo visto un uccello meraviglioso, colorato come un pavone: Gakul ci ha detto che si chiama Danphe ed è l’uccello simbolo del Nepal. Vive solo qui sull’Himalaya e anche se ha effettivamente riempito i miei occhi di bellezza, non lo ha fatto in modo permanente perché la fotocamera era al sicuro in camera.
Poco prima di uscire ho avvisato mamma che i prossimi giorni non avrò linea internet, quindi non potrò in nessun modo mettermi in contatto.
– Beata te!, la risposta – Quanto vorrei disconnettermi anche io. Goditela!










Tu che ne pensi?:)