Voglio riprendere il racconto da ieri sera: ho mangiato delle frittelle di il piatto non è pulito. Dopo cena ci siamo allontanati con la scusa di fare due passi: il villaggio aveva lo stesso odore dei paesini appenninici da noi, quando ci si trova d’inverno a passeggiare di sera. Non c’è parola che lo descriva esattamente: ma è inconfondibile, sa di freddo, di alberi, di montagna. Riempie il cuore e alleggerisce la testa.
Camminare è meno facile del previsto: il terreno è accidentato e le pietre sparse qua e là sono più d’intralcio che d’aiuto. C’è da dire che è anche meno difficile del previsto: le luci bene o male illuminano quanto c’è da illuminare. Non che ci sia granché da vedere ad ogni modo: guest house, qualche abitazione e poco altro. Le abitazioni, appena ci si allontana dalle zone più illuminate, sono molto modeste: si può vederne bene l’interno, una grande sala con un focolare e dei giacigli, vari oggetti appesi alle pareti. Passeggiando, dei bambini ci sono corsi incontro: uno in particolare, con gli occhi grandi pieni di speranza, ci ha chiesto della cioccolata. Non avevamo nulla con noi. Siamo stati superficiali a non portarne un po’ dietro, sarebbe stato un dono gradito.
Stamattina abbiamo ripreso il cammino, direzione Namche. È importante cominciare la mattina presto, perché il meteo tende a ripertersi: sereno fino a pranzo, peggiora in pomeriggio.
È strano, camminare qui. Sembra di non aver mai lasciato l’Europa, mentre camminiamo tra verdi foreste costeggiando fiumi ruggenti. Quando uno scende dall’aeroplanino a Luckla, pensa di essere arrivato sul tetto del mondo, quindi automaticamente in un paese di sola neve e ghiaccio: invece no, i picchi innevati ci guardano beffardi da lontano mentre noi ci inoltriamo in questo paesaggio allo stesso tempo così familiare e distante.

Ci sono alberi di rododendro lungo la via, a nasconderci dal sole mentre lasciamo che gruppi di mucche locali passino oltre. Somigliano agli yak, ma hanno minacciose corna puntute che sono rivolte dritte davanti a loro, e il pelo più corto: in generale hanno un aspetto più aggresivo di un placido yak, anche se forse non dovrei dire così dal momento che non ne ho mai visto uno dal vivo. Non vedo l’ora. Questi “yak-meticci” ad ogni modo vengono usati allo stesso modo dei muli da soma, che pure si incontrano lungo la via. Oggi passando ci siamo accostati anche per far passare delle caprette, a cui avevano messo…una museruola.
Il sentiero è ben evidente e parecchio trafficato: da animali e da uomini. Ci superano di tanto in tanto quelle piccole figure sormontate da pesi immensi, che tirano dritto a passo svelto come se non stessero trasportando un carico che probabilmente supera il loro stesso peso. A volte dalle ceste che trasportano si vede spuntare della carne.
– Si, soprattutto più avanti sarà meglio evitare la carne, ci avverte Gakul. – La trasportano sulle spalle e per voi occidentali spesso è pericoloso, in tanti che la mangiano sulle montagne poi si sentono male.
Stamattina il sentiero si è improvvisamente fatto lastricato: in realtà è molto più comodo camminare sulla terra nuda, ma il cambio è stato ugualmente sorprendente. È avvenuto poco prima di raggiungere un paesino molto ben tenuto, dal curioso nome di “Toktok”: gli edifici curati e immersi nel verde, la strada pulita in pietra grezza, tutto crea un’artificiosa idea di benessere. Come se ci potesse essere un’autostrada proprio dietro l’angolo, e il fatto che l’unica via da queste parti è proprio il terreno accidentato che stiamo percorrendo fosse un’illusione o una scelta, e non l’unica opzione disponibile. E infatti poco dopo eccoli, i manuntentori stradali: sono dei poveri spaccapietra, piegati su massi che rendono via via più piccoli. Non ho davvero idea di come possano svolgere il loro lavoro, e con questi risultati.
La strada è stata lunga: tutto quello che abbiamo percorso, in effetti, è al di fuori del Parco Nazionale. E così eccoci qui, fermi, insieme ad un mucchio di altra gente che fa la fila per il biglietto di ingresso. Mi sembra una scena surreale, insomma ma non ci stavo già sull’Himalaya? Mettere il piede sul primo viottolo di Luckla non aveva già sancito l’ingresso in questa terra inverosimile? A quanto pare no. Me lo dice la scritta sotto a un passaggio verniciato a colori brillanti: recita “Sagarmatha National Park – Nepal”. Gakul ci convince a farci scattare una foto ricordo proprio sotto, noi ci sentiamo due imbecilli ma poi lo guardiamo con gratitudine. Ora siamo qui e sembra sciocco, ma un domani probabilmente sarà bello rivedere questa foto.

Mojo, a quanto pare la vera porta d’ingresso all’Himalaya, si trova a 2835m: curiosamente la prima cosa che si fa varcato l’ingresso alle montagne più alte del pianeta è…scendere. Scendiamo di un centinaio di metri, lungo gradini appesi che guardo con apprensione, pensando al ritorno lungo la stessa via, e poi seguiamo il fiume. Ha un colore turchese e le acque scendono rapide in un turbinio vorticoso. Sento la testa leggera per la fame.
Una volta riempito testa e pancia con dell’”hash brown”, una specie di grassa ma ghiotta frittata di patate e cipolle, riprendiamo la via del fiume. Il tempo è splendido, il cielo azzurro, si sentono gli uccelli cantare tra i boschi. In lontananza si intravedono due ponti tibetani librarsi a mezz’aria, uno sopra l’altro.
– Vedete lì in fondo?, ci chiede Gakul. – Quello sotto è il vecchio ponte. Noi dobbiamo arrivare lassù (indica un punto imprecisato sulla collina) e attraversare il ponte nuovo, quello sopra.
– …e poi?
Esita, ridacchia un po’. – E poi, si sale. Jam, jam!, ci esorta.
Jam jam è il modo locale per dire “andiamo, in marcia!”. Le due ore dopo le abbiamo passate solo a salire scalini.

Siamo arrivati a Namche Bazar che erano le 16 passate, ma sarebbe potuto essere qualsiasi ora: le nuvole basse (o forse è il caso di dire la città alta con le nuvole normali) rendevano l’atmosfera davvero suggestiva. L’ultima ora prima di raggiungere la città si trascorre salendo gradualmente in una pineta, di nuovo la sensazione di familiarità, di non essersi allontanati tanto da casa. Poi si incontra una specie di avamposto: il pomeriggio tantissimi asini si dirigono allegramente (è il caso di dirlo: dopo una giornata di fatiche, sono liberi) verso terrazzamenti con del mangime. Infine, si apre la città dietro il cancello d’ingresso. Uno stupa dorato, un fiumiciattolo che fa ruotare i cilindri buddisti come mulini ad acqua, ed ecco il nostro rifugio. Tutto di legno, carinissimo: andando a cena sembra di essere in Alto Adige. Fanno pure la pizza, Giorgio dice che somiglia a quella di Spizzico, ma non so quanto ci sia da fidarsi considerando quanto sta male di stomaco, poverino.
Avevo tanto timore prima di partire e un po’ ne ho ancora perché 18 giorni sono tanti e noi siamo solo al secondo: eppure mi sento felice, e sento le preoccupazioni affievolirsi a ogni passo che facciamo. O metro che saliamo: oggi, alla fine di questi infiniti sali scendi, siamo più in alto di 800m rispetto a ieri, e siamo solo all’inizio.





















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