Apro gli occhi, mezzo intontita. Vedo l’ocra delle pareti di rimando al mio sguardo inebetito: la sveglia sul comodino ci informa che è il cuore della notte, e che avremo dormito si e no tre ore. Più no che sì. E anche se sono le quattro e mezza del mattino, bisogna darsi una mossa: raccattiamo le nostre cose, trasciniamo zaini e borse nella hall dell’albergo: silenziosamente, il personale prende le borse e le mette da parte, le recupereremo al rientro.
La porta a vetri si apre, entra una figura smilza e sorridente. Gakul sembra fresco come una rosa, indossa un berretto di lana arancione e ci saluta amichevole. Fuori ci aspetta già la macchina per l’aeroporto, dentro si trova un altro passeggero: una figura scura e silenziosa, mormora il suo nome ma non riesco ad afferrarlo. Sarà il nostro porter. L’auto ingrana, e Kathmandu fila sotto i nostri occhi: ancora sonnacchiosa, sta già cominciando ad animarsi tra persone che sbrigano i loro affari e si mettono in moto.
L’aeroporto è caotico. Ammassati tra loro si trovano porter, guide, turisti ed escursionisti. Gakul si fa largo nella folla, raggiunge il nostro banco. Un altro gruppo organizzato si trova lì, ricordo solo una pila di variopinte borse accatastate. Volare su Luckla somiglia di più a salire su un autobus pieno, piuttosto che prendere un aereo: sale solo chi arriva prima.
Gli escursionisti non sono i soli occidentali ad affollare il modesto aeroporto. Diverse persone sono vestite in borghese, con abiti adatti alla città, non alle montagne: sono venuti qui per un volo panoramico sull’Himalaya, all’alba. Il giro dura un’oretta, e poi torneranno a Kathmandu.
Luckla è la cittadina di accesso all’Himalaya e ha un primato non invidiabile: il suo è l’aeroporto più pericoloso del mondo. Quasi una volta l’anno si verifica un incidente mortale. L’aeroplanino sembra un giocattolo, c’è una fila di posti singoli a sinistra e una doppia a destra. Porterà non più di una ventina di persone al massimo. L’hostess è vestita come se venisse a fare trekking pure lei. Vedo il sole sorgere dietro le pale dell’elica, facendosi strada nell’aria polverosa ed inquinata di Kathmandu. Sobbalzando in modo brusco l’aereo mette in moto e si butta in avanti. C’è un rumore tremendo e tutto sembra essere vecchio e di scarsa qualità, come se per ora si tenesse in piedi per scherzo e potesse rompersi da un momento all’altro con ogni probabilità. Il rombo aumenta, sembra che non andiamo da nessuna parte, invece il vecchio giocattolino prende velocità e in qualche modo si lascia la terra diversi metri più sotto.
Ben presto la valle di Kathmandu, con le sue tre città (Patan, Bhaktapur e la stessa Kathmandu), è alle nostre spalle. Sotto di noi si intravedono colline terrazzate, che spuntano da vallate inghiottite dalle nuvole. Alla nostra sinistra, l’Himalaya con le sue cime bianche. Chissà cosa sono, le vette che sto fissando. Andiamo avanti così per un po’, sospesi, persi in uno spazio indefinito. Tutti a guardare dai finestrini, scattando foto, stupendosi del panorama. Improvvisamente l’aeroplanino si butta tra le montagne, in un canyon. Scende di quota in modo repentino, giocando con i crinali dei monti. Capisco che siamo vicini, cerco la mano di Giorgio e la stringo forte. Gli alberi si fanno più vicini, e di colpo sopra di noi la pista. Il tonfo del trabiccolo che tocca suolo, la pista cortissima. Ma è in salita o è una mia impressione? È talmente corta questa pista. Ma l’aeroplanino non si schianta, accosta in un piazzola e fa scendere i suo frastornati passeggeri. Ne sta già atterrando un altro. Gli addetti dell’aeroporto fischiano, dobbiamo essere veloci e toglierci dai piedi. Questi aeroplanini fanno la spola tra Lukla e Kathmandu, e approfittano di ogni finestra libera di bel tempo per volare: non è infrequente che a metà corsa siano costretti a tornare indietro, ci spiega Gakul. E poi qui i piloti qui volano a vista, aggiunge.
Prima di partire avevo guardato qualche foto di questo straordinario punto di atterraggio, senza contare un film che adoro, “L’Ascension”: tratto da una storia incredibilmente vera, segue l’avventura di un ragazzo della periferia di Parigi che quasi per caso si ritrova a scalare la montagna più alta del mondo. E nonostante questo, non avevo notato una cosa: la pista non solo è corta e finisce precipitando nel vuoto, ma è anche effettivamente in pendenza. Da qui si nota bene, chissà perché guardando le foto non ci ho mai fatto caso. Questo avamposto abbarbicato nel nulla, un po’ curato e un po’ trascurato, colorato, con un via vai di escursionisti e gente del luogo e animali, incorniciato tra alte montagne ma attorniato dal bosco, esposto al vento e schiacciato tra un burrone e la parete di un monte: e in questo punto improbabile, hanno ricavato una minuscola pista trafficatissima, dove aerei non fanno che atterrare e ripartire. Ecco, dove siamo finiti.
Per ora siamo bloccati qui: a questo primo volo del mattino siamo riusciti ad accedere solo io, Giorgio e Gakul. Manca all’appello il ragazzo silenzioso che sarà il nostro porter, Gakul ci spiega che salirà su uno dei prossimi voli. Aspettare fuori all’ombra è gelido, ci rifugiamo in una baita vicina. Dentro il locale è buio, umido e affollato.
– Prendete un ginger tea, vi terrà più caldo, suggerisce Gakul. Poi, con un gran sorriso, tira fuori dallo zainetto le nostre colazioni.
Lukla si trova a circa 2800m, c’è una strada principale ben lastricata su cui si affacciano negozietti e localini. Gli edifici sono in pietra, puliti e ben curati, con i tetti rossi e le rifiniture in legno colorato. Superiamo a passo svelto un bar, mentre a malincuore lancio uno sguardo al promettente cartello “Illy” appeso fuori in bella vista. Un cappuccino fatto come si deve qui e adesso, sarebbe la cosa probabilmente più deliziosa e stramba del mondo. Chissà che problemi ho per pensare a un buon cappuccino in un contesto simile, proprio all’inizio di un trekking di questo tipo. Ma il sole scalda l’aria fredda, il cielo è limpido e un bel cappuccino ci starebbe davvero bene.
Attraversiamo a passo svelto la cittadina, con tutte le contraddizioni del caso. Ci scansiamo per lasciare passare gli asini con il loro carico. Veniamo superati da uomini minuti che portano carichi incredibili sulle loro spalle, molto più alti di loro. La pulita strada lastricata improvvisamente scompare, sostituita da sassi e terra battuta. Gli edifici sono ben tenuti all’esterno, ma basta un’occhiata per capire che si tratta solo di una bella facciata. Vorrei restare e curiosare, ma il tempo stringe e così seguiamo la guida, che a passo svelto ci conduce fuori.
Un passaggio segna la fine del paese e si inoltra nel bosco. Dipinto a colori brillanti, ai lati reca due mezzobusti di una donna nepalese. Si tratta di Pasang Lhamu Sherpa: è la prima donna nepalese ad aver scalato l’Everest, è un’eroina nazionale ci spiega Gakul. L’hanno raffigurata lì, sorridente, come ad augurare buona fortuna a coloro che si avviano sulla strada per le montagne.
La strada per Phakding comincia con una bella discesa, del resto stasera dormiremo a 2600m di quota. Prosegue senza grosse difficoltà, bordeggiando dall’alto un fiume turchese. Il cielo non è azzurro, è blu intenso. Delle nuvole bianche accarezzano le cime dei monti, mentre noi camminiamo sereni tra alberi di rododendro in fiore. Non ne avevo mai visto uno prima, Giorgio mi dice che dai noi è solo un arbusto, non un albero fatto e finito come qui. Non lo sapevo. I fiori sono bellissimi, di un rosa intenso: Gakul ci spiega che il rododendro è il fiore nazionale del Nepal. Continuiamo a camminare in questo panorama inconcepibile, sembra di essere in mezzo alle Alpi, ma tutto è più grande e poi ci sono le lastre buddiste da superare (rigorosamente in senso orario!) che incontriamo qua e là lungo il percorso.
Vorrei continuare a scrivere, ma sono esausta. Giorgio dorme, il tipo di là oltre il muro russa. Non riesco a scrivere oltre.




















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