Per le strade di Kathmandu: giorno 0

Nepal: Kathmandu, tempio delle scimmie
6–8 minuti

Cercherò di tenere nota del trek in questi giorni: quando siamo in vacanza è come se le esperienze che facciamo fossero troppe perché il cervello abbia modo di registrarle, io invece non voglio perdermi nulla. Proverò a ricapitolare dal vero giorno 0, l’arrivo a Kathmandu.

Abbiamo lasciato Dammam, in Arabia Saudita,  la mattina presto. In aeroporto non c’è molto: deserto fuori e desertico dentro. Poi il breve scalo a Dubai, condito da una rara pioggia. E’ stato così strano: ero lì, ma era come non esserci. Che ironia la sorte: l’amica di una vita che vive così lontano, e non potersi incontrare nonostante ci si trovi a un tiro di sputo, come da bambine. Siamo arrivati a Kathamndu alle 19 passate. Dopo mesi di corrispondenza scritta, abbiamo finalmente conosciuto Krishna di persona, in carne ed ossa. Ci ha accolto con un grande sorriso, un abbraccio e una collana di fiori arancioni, talmente simili a quelli che usano in Messico per la festa dei morti che veniva il dubbio di aver sbagliato nazione.  L’aeroporto dista una mezz’ora abbondante da Thamel, la zona turistica dove si trova il nostro albergo. Anche al buio si intuisce bene il caos, il disordine e la sporcizia che pervadono la città. In qualche modo però questo caotico miscuglio di odori, rumori e motociclette (che sbucano a tradimento dietro ogni angolo) risulta a suo modo affascinante. In fondo, siamo arrivati a Kathmandu.


La nostra camera è la 401: due letti singoli, ma a noi ne basta uno. Il resto della camera viene rapidamente inglobato dai vestiti, che ricoprono uniformemente ogni superficie disponibile come se nello zaino fosse esplosa della dinamite.

Scendiamo, di fronte c’è l’ ”Avocado Café”. Ordiniamo dei terribili dumplings al mais (ma a chi è mai venuta in mente l’idea di mettere granturco nei ravioli al vapore?), Giorgio prende la prima di quella che considero già una serie di Dal Mat (“Come si chiama quella roba che mangiano qui?” “Dal Mat. Me lo ricordo perché prima mi sono chiesto “ma cosa si mangiano qui? E perché proprio i dalmata?” – NB in realtà si chiama Dal Bhat: zuppa di lenticchie, verdurine (eventualmente anche carne), yogurt e un chutney piccante sono contenuti in piccole ciotole che circondano il riso bianco su cui svetta il papad, una sfoglia croccante di farina di lenticchie. È un piatto tipico di qui, anche se si può trovare anche in India). Io ho optato per un pad thai, che non delude mai. Ho deciso che diventerà la mia pasta all’estero. Abbiamo fatto due passi, le birre Everest non aiutano la digestione. Perdersi nei vicoli è affascinante, un po’ meno quando puoi contare solo sul tuo senso dell’orientamento per tornare indietro. Ad ogni buon conto, ho trovato il mio primo souvenir – questo quadernino.

Dal Bhat, tipico piatto nepalese

La sveglia della mattina seguente è stata traumatica, per via del fuso orario che non ci ha fatto dormire: il Nepal è quasi 5h avanti rispetto all’Italia. Il tempo per un improbabilmente saporito pancake con sciroppo d’acero (forse era miele, in effetti), e Krishna è passato a prenderci. Abbiamo conosciuto il capo dell’agenzia, realizzato che la nostra polizza assicurativa non copriva il trekking (risolto con Truetraveller e 300euro in meno nel portafoglio: le assicurazioni di viaggio difficilmente coprono trekking di altissima quota, occorrono servizi dedicati) e soprattutto conosciuto Gakul, la nostra guida. Giorgio l’ha chiamato Goku per tutto il giorno, e ora mi confondo. Gakul è una bella persona, in modo genuino. E’ pacato e sorridente. Non molto più alto di noi, sbarbato e con un fisico asciutto. Fa immediatamente simpatia. Ha controllato il nostro equipaggiamento e ci ha accompagnato a comprare le poche cose che mancavano. Prima di lasciarci, ci ha indicato i siti da visitare in città.

Lasciata la strada principale, ci siamo persi nei vicoli con l’idea di raggiungere il “Secret Garden” (o qualcosa del genere), con la promessa di un buon ristorante all’interno. Il ristorante non lo abbiamo trovato, ma il piccolo giardino è un’oasi di pace e colori dall’inferno che ne è al di fuori. Ci si può sdraiare su un prato all’inglese perfettamente curato, dove gli scoiattoli scorrazzano tranquilli.



Lasciarlo per attraversare la città e raggiungere il tempio delle scimmie è stato provante. Camminare per Kathmandu è una delle esperienze più stressanti che si possa avere la sfortuna di fare. Le strade non sono solo sporche, polverose e piene di fango e buche. Scooter e auto passano da tutte le parti, per giunta guidando a sinistra per cui non sei mai certo di dove guardare; sbucano a tradimento da angoli appena controllati, corrono e sembrano puntarti anche quando il resto della strada è libero (cosa che capita di rado). E poi i clacson. Tutti usano il clacson, sempre, ma in modo discontinuo per cui non hai mai modo di abituarti: continui inesorabilmente a sobbalzare tutto il giorno. Odio camminare per Kathmandu.

Il tempio delle scimmie si trova sulla collina opposta a Thamel: si attraversa un fiume e poi si sale. Il vero nome del tempio è Swayambhunath: vuole dire “sorto da sè”, ed è uno dei luoghi di culto più antichi di tutto il Nepal. È sopravvissuto praticamente indenne al tremendo terremoto del 2015.

Cani, persone, auto e scooter riempiono con il solito caos il tragitto: avvicinandosi al tempio cominciano una sfilza di negozietti. All’interno, chini su gusci di rudraksha (dei semi duri striati da venature, come versioni più piccole e tondeggianti di un guscio di noce) i proprietari intrecciano i rosari buddisti chiamati mala. All’ingresso del tempio un tipo ha cominciato con un po’ troppa insistenza a pressarci per assoldare una guida: la cosa buffa è che le guide non arrivano neanche al tempio, si limitano a rifilarti qualche spiegazione rimanendo ai piedi della collina. Non saprò mai quanto sarebbero state valide queste spiegazioni: la fastidiosa insistenza del personaggio puzzava di trappola per turisti e abbiamo declinato. Salendo, impensieriti dalle scimmie che gironzolano ovunque e preoccupati dal presunto divieto di scattare foto (secondo il tipo insistente alla base), ci siamo imbattuti nella fila di mendicanti e commercianti di chincaglierie che ci si aspetta di trovare in un posto simile.

Sto divagando.  Il tempio è magnifico. E’ grande, e domina tutta la città. Ci sono tanti edifici all’interno e una vera guida mi avrebbe fatto piacere. Rimane sempre quella caotica accozzaglia di gente con i banchetti che spera di fare affari, turisti in cerca di foto, devoti (e curiosi) che fanno girare i cilindri in senso orario. Rimane l’inquietante presenza delle scimmie. Che un po’ si fanno gli affari loro, un po’ potrebbero farti qualche scherzetto a tradimento (…sono scimmie!) e un po’ attaccano se infastidite (involontariamente, ma anche di proposito) dall’ennesimo turista armato di macchina fotografica. 

—— —— Stacco.  Ho le mani intirizzite dal freddo. Con l’abbigliamento termico, il pile, sepolti sotto due coperte. Giorgio si è appena addormentato affianco a me, il cappello di pile in testa. Io sento il naso umido e congelato Dovrei scrivere ancora parecchio. Di come tornando verso casa siamo passati davanti a una palestra di arrampicata, per tornarci dopo un breve giro tra negozietti: tra pantaloni, poncho e calzini nei sandali sembravamo due santoni drogati. Le vie di arrampicata non erano granché, ma è stato divertente. Dovrei scrivere di come abbiamo divorato un rotolino di pollo in una bettola, salvo poi rovinarci l’appetito quando il proprietario in modo arrogante ci ha imbrogliato sul prezzo. Umore recuperato mangiando per strada ravioli e shyaphale, o come si scrive (in effetti si scrive proprio così: è un piatto tibetano e si tratta di carne marinata avvolta in pasta sfoglia, che viene fritta fino a diventare croccante). Troppo piccante ma molto caratteristico – e comunque non abbiamo passato la notte a vomitare, cosa che di per sé reputo già un gran successo. La sveglia di oggi, dopo neanche tre ore di sonno. Una folla di porter, guide ed escursionisti la mattina alle 6, in un aeroporto mai così tanto affollato.

Ma questo lo racconto la prossima volta.

3 risposte a “Per le strade di Kathmandu: giorno 0”

  1. molto carino ti fa entrare subito nell atmosfera nepalese .

  2. […] Vuoi sapere come continua? Vai al Giorno 0! […]

  3. […] 7 minuti Prima volta da queste parti? Comincia dall’inizio! Hai perso la puntata precedente? Vai al Giorno 0! […]

Tu che ne pensi?:)

Scopri di più da 2minetorno (e mo chi glielo dice a mamma?)

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