Somare (4120 m) 28.03.23 Giorno 6
Stamattina ci siamo svegliati con la neve! Quello che ieri notte sembrava uno sgrullone d’acqua che ci aveva fatto temere di trovare il cammino completamente infangato, era invece una violenta benché breve nevicata che ha lasciato uno strato di bianco tutto intorno. Con il monastero sullo sfondo e i colori vividi, il paesaggio sembra proprio una cartolina.
Non è stato però un risveglio esattamente perfetto: oltre alla neve c’è stata anche una sgradevole novità, per quanto non inaspettata. Ho il ciclo, per cui mi trovo a camminare a 4000m con un’emorragia in corso. Con contorno di crampi addominali, perché ci stanno bene. Penso di trovarmi in uno dei posti dove sia meno auspicabile trovarsi in queste condizioni: l’igiene, con bagni in comune, senza doccia, senza la privacy di un lavandino in bagno, lascia a dir poco a desiderare. A parte che quando vado in bagno mi tocca fare l’equilibrista. Poi devo davvero sperare che quello che ho portato dietro (coppetta e scomodissime mutande da ciclo) funzioni, perché cammino tutto il giorno e soprattutto se mi sporco non ho molte alternative. Quindi meglio che funzioni. Del resto qualsiasi altra idea (ovvero assorbenti di vario genere) qui è inutilizzabile: oltre a un discorso ecologico, è anche fuori discussione per un semplice discorso tecnico perché l’azione si esaurisce più in fretta. Non mi resta che incrociare le dita. (ero indecisa se pubblicare questo pezzo del diario: ma di fatto è un inconveniente problematico e concreto, e prima di partire ho riflettuto parecchio su come organizzarmi. Devo dire che è anche una delle prime cose che mi hanno chiesto le amiche – le donne è un problema che si pongono immediatamente. Cercando in rete non ho trovato molto scritto riguardo a quello che tutto sommato penso continui ad essere considerato un argomento sconveniente).

La strada se non altro è spettacolare. La neve ha una consistenza “biscottosa” (non saprei come altro definirla). Si passano pochi semplici insediamenti, con cacca di yak ad asciugare sui muretti. Camminando si incrociano i portatori, escursionisti, yak e simil-yak, si passano ponti tibetani sui fiumi. All’ingresso di Pengboche (3985 m) abbiamo intravisto delle capre tibetane prendere il sole su un masso sopra un dirupo. Oggi è il sesto giorno di marcia (di fatto posso dire che sia il trekking più lungo che abbia mai fatto, non avevo mai superato la soglia dei cinque giorni), il sole brilla alto, la vita prosegue tranquilla e devo smettere perché Giorgio mi mette i piedi addosso per darmi fastidio.

Dingboche (4410m)
Il panorama è gradualmente cambiato. Camminando su un falso piano, il sole brucia mentre il vento sferza la nostra pelle scottata, e ci rendiamo conto che gli alberi hanno silenziosamente ceduto il passo ai cespugli. Grosse pietre, ideali per fare bouldering, giacciono sparse qua e là.
Raggiungiamo i due stupa che segnano l’ingresso a Dingboche. Lasciati gli zaini in camera, Gakul e il nostro amico porter senza nome ci accompagnano alla consueta passeggiata di acclimatamento. Ormai è passata quasi una settimana da quando siamo partiti: non mi azzardo a chiedere come si chiama nemmeno a Gakul. Quando siamo partiti nel cuore della notte alla volta di Luckla ha mormorato il suo nome presentandosi, ma mi è sfuggito. Prima ho sperato che l’avesse carpito Giorgio, poi mi sono detta che bene o male parlando il nome sarebbe saltato fuori da sé. Invece niente, e da giorni sono ben fuori tempo massimo per rimediare. È un ragazzo moro, barbuto, silenzioso e sempre sorridente. Ha un’indole taciturna, perché lo vedo chiacchierare poco anche con gli altri nepalesi: con noi parla pochissimo perché non conosce molto l’inglese. Gakul ci ha spiegato che è da un po’ di tempo che fa il porter, e ha chiesto di unirsi al gruppo per conoscere meglio il territorio e diventare poi guida a sua volta. Ha una resistenza fenomenale, praticamente lo vediamo a colazione e poi ci incrociamo a pranzo e a cena: durante il cammino ci stacca talmente tanto che semplicemente scompare tra i monti, non lo vediamo più. Nell’attesa di riuscire finalmente a capire il suo nome, l’ho mentalmente ribattezzato Stambecco.

La camminata del pomeriggio è un momento importantissimo, perché ci prepariamo ad affrontare il primo dei tre passi montani: il Kongma La, il più difficoltoso. Abbiamo camminato ieri pomeriggio, oggi e speriamo anche domani. Dopodomani è il giorno della prova. Lungo la salita incrociamo una coppia: sono diretti anche loro a Chukungu, e si apprestano come noi a scavallare la montagna. Ma lo fanno da soli, senza guida: la cosa lascia noi tre interdetti (Stambecco, fedele al suo nome inventato, ci ha lasciati indietro da un pezzo – probabilmente è già in cima). Le guide conoscono queste zone meglio di noi occidentali, e quel passo montano è peraltro poco frequentato. Da aprile in Nepal non si potranno più fare trekking in solitaria: mi sembra assurdo che sia stata una regola da dover introdurre, come se non fosse già ovvio di per sé che è pazzesco avventurarsi qui da soli. Gakul non conosce solo il cammino: sa adattarlo in base a chi ha di fronte, al meteo e intuisco che fa per noi molto più di quanto ci rendiamo conto. Senza contare che è piacevole la sua compagnia e interessante quello che ci racconta strada facendo.
La sera fa più freddo, si sente. Ci rannicchiamo vestiti sotto due coperte (e per “vestiti” intendo con un primo strato di maglia e calzamaglia termica e un secondo strato di pile e pantaloni) e abbiamo comunque freddo. A cena, alle 18:30 (come al solito) attendo con impazienza la mia zuppa calda di verdure. E io odio le zuppe, ancora peggio le verdure – specialmente quando sono bollite, figuriamoci in una zuppa. Ma almeno riscalda, come il “ginger tea” (che in effetti è un infuso di zenzero: meno male, se fosse tè a quest’ora mi ritroverei con un’ulcera nello stomaco). Niente alcol, né caffè: solo acqua (locale, potabile grazie a delle minuscole pasticche che secondo me funzionano da placebo nella migliore delle ipotesi, o mi faranno venire il cancro nella peggiore) e infusi. Tantissimi infusi. L’unico lusso che mi concedo è un lindor al giorno, ne ho portati esattamente 18: uno per ogni giorno di cammino.
























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