Tappa intermedia: Phungi Thanga, 27.03.23 Giorno 5 (3250m)
Stamattina abbiamo finalmente lasciato Namche: un’interminabile fila di gradini di pietra dopo, la città era alle nostre spalle e un delizioso sentiero proseguiva in modo grossomodo pianeggiante. La vista è magnifica: i ripidi pendii a tratti brulli, a tratti ricoperti da ginepri e pini (senza rendercene conto, siamo saliti: ora i rododendri non si vedono più) e sullo sfondo di un cielo terso le formidabili cime innevate delle montagne. Ti rimette al mondo camminare qui. Dietro ad ogni angolo, uno stupa guarda immutabile il panorama.
Lungo la strada abbiamo incrociato un conoscente di Gakul: in totale sono in 26 lungo il tragitto che porta al campo base. Fanno parte di diverse spedizioni: ora si preparano, poi cominceranno l’ascensione. Devono preparare le vie e i campi lungo l’Everest, fino alla cima. Lo fanno ogni anno, per aprire il sentiero che i partecipanti alle spedizioni dovranno poi “solo” limitarsi a seguire.
Siamo ormai al quinto giorno di cammino, e gli incontri con yak e yak-meticci (o come diavolo si chiamano davvero) si fanno sempre più frequenti: mi sembra la cosa più naturale del mondo accostare per far passare questi bestioni carichi di pesi, che ciondolando a passo svelto mi superano rapidamente. Però è difficile abituarsi del tutto, insomma ma guarda dove siamo finiti. La strada è sempre panoramica, ma in alcuni punti lascia davvero senza fiato.

Siamo al quinto giorno e io sono al sesto scatto. Ho portato con me la vecchia Nikon di papà, una macchinetta analogica vecchia di decenni: mi sono procurata dei rullini, ma vado centellinando gli scatti perché il viaggio è lungo e io non voglio sprecare pellicola. Stamattina però non ho potuto farne a meno: una donna era intenta a sistemare al Sole il raccolto di patate, mentre sullo sfondo dei lavoratori si prendevano cura dei campi. Chi lo sa come è venuto lo scatto.
Quello che non ho scattato e per cui provo dei sensi di colpa risale invece a poco fa. Un tipo ha fatto uno scherzo all’amico (gli ha messo in testa un costato di animale a mo’ di cappello) e ha esclamato “Photo!Photo!”. Voleva semplicemente farsi due risate. Invece io lì per lì sono stata colta alla sprovvista, e non ho scattato. Non che avrei potuto fargli vedere la foto, in ogni caso: ma me ne dispiace, perché era un bel momento.
– Ammazza quanto scendiamo
– Dobbiamo raggiungere il fiume per pranzo. Poi risaliamo
– Che poi sai che bello salire con l’abbiocco del dopo pranzo
– Mica mangiamo tanto
– Mi consigli tu?
Fa spallucce. – Prendi le mashed potato…non sono male, un po’ scrocchiarelle pure. –
Guardo il piatto informe davanti a me. – Mmmm…invitante. Qualcuno ha ordinato del vomito giallo?



Tappa serale: Tengboche (3800m)
Prima ho scritto una sciocchezza: i rododendri ci sono eccome, somigliano all’alloro. Ma non sono in fiore, e non li avevo riconosciuti.
Abbiamo risalito la collina, quasi 600m in poche ore, per raggiungere Tengboche. Il paesino arroccato ha uno straordinario monastero buddhista, che svetta e domina il paesaggio come una fortezza. L’ingresso stesso al paese è semplice ma pittoresco: si passa in un varco tra tavolette incise, mentre alte le bandiere si agitano al vento. Sembra di essere finiti dentro al Signore degli Anelli, se solo fosse stato ambientato in estremo oriente.
Il primo pomeriggio lo abbiamo sfruttato per fare una breve passeggiata di acclimatamento: dal piccolo villaggio si diparte un viottolo che risale una collina, dove si trovano dei monumenti funebri. Da qui si gode di una vista mozzafiato: molto al di sotto si intravede scorrere tra i massi il fiume che abbiamo attraversato per arrivare qui; le curve delle colline lontane si inseguono tra di loro, fino a che lo sguardo non cade su Tengboche e il suo monastero. Le nubi nascondono le vette innevate alla vista, ma un raggio di sole sfuggito al maltempo si posa sul tempio, illuminandolo come se fosse una visione divina. Sembra di trovarsi in una dimensione parallela.

Non riesco ad afferrare le parole. La litania va avanti da ore, o almeno sembrano ore. Gakul da un colpetto a Giorgio, che ha chiuso gli occhi appoggiato al muro. Sento le articolazioni dolermi, ma non posso muovermi. E poi ho freddo. La sala è grande, e magnifica. Ma gelida. Guardo con cupidigia le coperte inutilizzate che sono beffardamente riposte a poca distanza distanza da me. Sembrano morbide e calde, ma sono intoccabili: sono destinate ai monaci. Lo sguardo spazia nella vasta sala all’interno del tempio di Tengboche: non c’è modo di abituarsi alla vivacità dei colori, all’accuratezza dei dettagli dei dipinti sulle pareti (direttamente sul legno), alla maestria che gli intagliatori hanno messo nel dar vita al mobilio che adorna l’interno dei monasteri. La cerimonia è cominciata un po’ di tempo fa, i turisti erano ammessi (ma non le foto): così noi tre e qualche altro curioso ci siamo disposti in modo ordinato in fondo alla sala. Dei larghi cuscini erano stati lasciati a terra ad uso dei visitatori, si vede che è abbastanza comune lasciare che i viaggiatori assistano a questi pezzetti di vita locale tra le montagne. Piano piano, i monaci hanno cominciato a fare la loro comparsa. Tirano fuori dei manoscritti, ognuno è seduto in un posto assegnato. Leggono, cantano. Questo suono indistinto, come un nebbioso rumore di fondo, riempie l’aria con le sue vibrazioni. Alcuni monaci hanno tra le mani quello che sembra essere un té caldo. Cerco di distrarmi dall’invidia, così mi concentro su un apprendista, che comincia pian piano a montare un altarino. È di una lentezza snervante. Gli oggetti che vi posa sopra sono innumerevoli: a un certo punto tira fuori uno spago e comincia a srotolarlo fino a raggiungere una colonna vicina. Non ne posso più. Concentro lo sguardo sul mio ginocchio, che sfiora quello di Giorgio. Una sorta di fonte di calore. Non sento più la litania, c’è solo questo minuscolo contatto umano a dare un po’ di sollievo dal freddo. La sala continua a risuonare delle loro incomprensibili parole, mentre il giovane monaco continua ad armeggiare intorno all’altarino. Mi rendo conto che è un momento unico, irripetibile. Sembra di essere in trance. Ma al tempo stesso lo odio. Finalmente un colpetto mi riporta alla realtà: sono quasi due ore che i monaci fanno seguire nenie ad altre nenie, e noi, sconfitti dal freddo e dalla stanchezza, decidiamo finalmente di alzarci. Gli altri visitatori sono scomparsi, devono aver perso interesse tempo prima.
Guardo il monastero dalla camera del rifugio. Non c’è bagno, né riscaldamento, ma le finestre corrono sui due lati della stanza: davanti a noi il monastero, dietro le montagne. La luce entra in modo soffuso, coccolandoci. Tra poco sarà ora di cena, e sogno una zuppa calda a base di RaRa Noodles: sono dei noodles immagino preconfezionati, che dopo il freddo di oggi pomeriggio mi sembrano una leccornia raffinata.












Tu che ne pensi?:)