Giorno 16 – Luckla (2800m) 07.04.23
Mi rigiro nel letto, insofferente. Stamane è stata l’ultima giornata di trek. Domani basta, si lascia tutto. È finita. È stato fatto, e ora è nel cassettino della memoria (o comunque, ci andrà a breve). Ironicamente, non era proprio quello a cui aspiravo qualche giorno fa? Invece ora sono qui a rigirarmi senza trovare pace, nel letto di questo rifugio che ormai pare proprio un normale albergo di bassa categoria. Siamo tornati nella civiltà, questo è evidente. L’unica parte che prova sollievo all’idea che sia finalmente finita è il mio ginocchio, maldestramente sbattuto contro uno spigolo ieri sera e ancora profondamente dolorante. Chi lo sa, forse davvero è meglio così: il mio corpo comincia ad essere stufo di questo vagabondare.

Non ho molto da aggiungere al cammino di oggi, per molti aspetti sovrapponibile a ieri: panorami bellissimi da cui eravamo già passati. La felicità imposta nel concentrarsi a vivere il momento presente, senza pensare a quello immediatamente futuro. O almeno provarci, perché un fondo di tristezza non ti abbandona mai.
Alla fine siamo arrivati a Luckla. Tra me e me ho sorriso: siamo passati per lo stesso vialetto in cui qualche settimana fa annunciavo tutta entusiasta “Si, scriverò tutto perché non voglio dimenticare niente”…e per una volta ho portato a termine quello che mi ero promessa di cominciare. Non capita spesso.

Luckla è uno strano paesino. Sicuramente non grande in termini assoluti, ma agli occhi di chi ha vagabondato per giorni su sperduti sentieri tra le montagne appare grande e trafficata – oltre che molto bene agghindata. Ai margini della cittadina le strade sono ancora di terra, con i galli che gironzolano in libertà, i bambini che si divertono a giocare a “campana” o a far volare piccole girandole, cani acciambellati come se fossero gatti (che invece non si vedono in giro) e somari a completare il quadretto. Poi però la strada si srotola verso il centro, coprendosi di un bel pavimento curato e circondandosi di piccoli edifici dall’aspetto quasi impeccabile.
Ma si tratta solo di un’apparenza approssimativa, naturalmente. Prendiamo la bettola dove abbiamo pranzato, ad esempio. Sbatto le palpebre mentre supero la tenda che funge da porta, ed entro nel buio stanzone dove gli avventori possono sedersi lungo panche ricoperte di tappeti. Mi guardo intorno. Protette da una teca di vetro, tantissime tazzine di ceramica riccamente decorate sono custodite una sopra l’altra. Sembra quasi di trovarsi in un museo di fine ‘800, tra le ceramiche e le pareti di legno del locale. Stona solamente il piccolo, secolare televisore che spunta in un angolo: non è chiaro se funzioni davvero o sia solamente un pezzo d’arredo, quando entriamo nel locale è spento. Il soffitto è abbellito, diciamo così, da un drappo che lo copre da parte a parte. Dietro una grata, in una minuscola cucina, gli osti cucinano nelle stesse squallide condizioni in cui si trovavano a lavorare i loro corrispettivi duecento anni fa.

Nell’attesa del pasto vero e proprio, ordiniamo il tongba. Gakul si mette a ridere. Ci spiega in modo gentile che è una bevanda che si ordina solo al preciso scopo di ubriacarsi: non è gradevole, serve solo per ritrovarsi stesi e sbronzi. Dopo poco compare una ragazza con un termos e un enorme tazzone di metallo: all’interno si trovano i piccoli chicchi di miglio fermentato immersi in acqua bollente. All’interno del termos si trova altra acqua, di modo da poter ripetere l’operazione più e più volte. L’atto di bere il tongba è inteso come un momento conviviale: un po’ come la grolla, anche qui si prende un sorso ciascuno passandosi lo stesso recipiente. Accosto il boccale al viso, l’odore che emana non mi convince molto: lo assaggio e il sapore è pure peggio, butto giù un sorso di alcol acidognolo e lascio il resto dove sta. Giorgio fa più o meno lo stesso, mentre Gakul e Stambecco non lo assaggiano neanche. Del resto sanno già che si tratta di una bevanda davvero disgustosa.

Il resto del pomeriggio trascorre in modo in un certo senso surreale: gironzolando per le strade del centro. Addirittura prendiamo un po’ di tempo per entrare in un vero bar, che serve caffé Illy. Ma dove diavolo siamo capitati?? Forse è proprio colpa del mio primo caffé dopo diverse settimane di astinenza forzata il motivo se ora mi rigiro così nel letto. Che reazione diversa rispetto a quando ero Perù: anche in quel caso ero stata costretta mio malgrado a rinunciare alla bevanda, ma solo per pochi giorni: seguivo un trekking di 5 giorni per arrivare a Machu Picchu. Al quarto abbiamo fatto tappa in una finca di caffè, accolti con delle tazzine di espresso. Ero felicissima: a tal punto che i compagni di viaggio mi hanno ceduto anche le loro tazze. Ho trangugiato in fretta e furia 4 o 5 caffè di fila: e poi mi è salito il riso. Letteralmente. Come quando si beve troppo e risalgono i conati, a me con tutto quel caffè non veniva il batticuore: veniva da ridere. Non ridevo perché ero felice, ridevo perché dovevo ridere. Una cosa stranissima.

Invece adesso sono qui, mi rigiro pensando a domani e ripensando ai giorni passati. Penso al monaco che incontreremo. Nella tradizione nepalese l’oroscopo ha una valenza importante e molto sentita, non si limita alle rubriche lette per curiosità ai margini dei giornali. L’altra sera con Gakul e Stambecco ci siamo divertiti a calcolare le nostre carte astrali, erano preparatissimi: pare che siamo entrambi del cancro (dei kracot,come abbiamo capito lì per lì), nonostante lui sia nato in febbraio e io in agosto. Hanno fatto alcune previsioni, ma occorre andare da un sacerdote per saperne di più. Gakul si è offerto di metterci in contatto con il suo (ogni famiglia ne ha uno di fiducia) quando torneremo a Kathmandu e si è raccomandato di prepararci delle domande da porre al monaco, lo ha detto in modo sentito. A me non occorre preparare molto, tanto le domande che mi battono in petto stanno lì da un po’. Considerare l’idea di chiedere un parere a un santone indù testimonia solo quanto sia impellente il mio bisogno di ricevere una risposta.
E così, domani lasceremo tutto questo. La tristezza però si mescola alla curiosità di quel che incontreremo lungo il percorso.

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