Un lungo ritorno – Namche Bazaar 3440m, Giorno 14

ue trekker seduti lungo il sentiero, superati da uno yak carico
5–8 minuti

Giorno 14 – Namche Bazaar (3440 m) 05.04.23

Come ogni volta che si supera un ostacolo si cambia prospettiva, così mi sento io oggi a rimpiangere di scendere in basso anziché proseguire in alto, con una certa dose di ipocrisia. Sono sicura che se avessi ancora un Passo da superare, non sarei entusiasta all’idea di un’agonia che continua. Ora che è finita, invece, ne sento la mancanza.

una mia foto: capelli al vento, occhiali da sole, scaldacollo tirato su e fronte imbiancata dalla crema protettiva.

Abbiamo lasciato il nostro rifugio a 4300m di buon mattino, scendendo quasi di 1000m. La passeggiata, perché di questo si è trattato (seppur lunga: 7h di cammino), è stata quantomai gradevole.

Ponte tibetano sospeso sopra un burrone

Ci siamo incamminati nella valle tra le spoglie montagne a cui ormai sono abituata. Nessun albero, solo terriccio, sassi e macchie di muschio qua e là. I villaggi che incrociamo sono tutti simili tra loro: insediamenti spartani con muri a secco che circondano coltivazioni di patate e qualche abitazione con il tetto in lamiera. La vita scorre semplice e uguale a se stessa, a queste altitudini.

Ma continuiamo a scendere, costeggiando un fiume: ed ecco comparire il primo ponte tibetano, e poi bandiere di preghiera, stupa, massi dipinti, tavolette di buon auspicio e infine anche i cilindri rotanti. È bello il paesaggio tra i 3-4mila: le montagne prendono vita e colore, è come se  benedicessero il viandante. Mi è mancato tutto questo: alle brulle, spoglie e desolate altitudini più elevate ecco che si contrappone intorno a me l’arcobaleno di colori delle bandiere di preghiera, degli stupa, dei legni dipinti…

…del verde delle montagne. Un momento prima: “Toh! Un albero, anziché i soliti cespugli”, un momento dopo camminiamo nel mezzo di un bosco. Dopo i ginepri, che sono i primi a spuntare fuori, ecco che tornano anche i rododendri. Non sono fioriti, qui: immagino lo saranno più in basso, tra i 3-2500m.

Stupa decorato con tavolette votive e bandiere di preghiera in un villaggio di montagna

Continuiamo a scendere, ora il profilo delle montagne è ben delineato davanti a noi. Nella sua lontananza, lo comprendiamo meglio. “In un certo senso, è molto filosofico” mormoro, quasi senza pensarci. È una riflessione che mi accompagna da qualche giorno. “Quando sei troppo vicino a un gigante come l’Everest, ecco che una piccola montagna accanto ti sembra enorme. Poi ti allontani e riguadagni il giusto punto di vista: e l’errore che hai commesso diventa ovvio” 

“Beh, non sempre. Anche quando è troppo lontano ti sembra più piccolo di una montagna vicina: è tutto un gioco di prospettiva”, mi risponde sensatamente.

Ci rimugino un po’ sopra. “È vero. Io pensavo solamente al fatto che quando siamo troppo vicini a qualcosa di troppo grande, non riusciamo a rendercene conto: solo quando ci allontaniamo a una certa distanza capiamo cosa avevamo di fronte”

“Vero. Sempre che sia tutto alla stessa distanza…” insiste, e ovviamente ha ragione. Mi chiedo se sia plausibile aspettarsi che sia tutto alla stessa distanza da noi, però.

Attraversando un ponte tibetano sospeso tra le montagne spoglie dell’alta quota

Ci fermiamo a pranzo poco prima di una cittadina chiamata Thamo. Ci sono diversi nomi sulla cartina che ci strappano una risata: il monte More La, il paesino Toktok e un altro che non si chiama Campolongo, ma poco ci manca. 

azze di tè sul tavolo all’aperto, con montagne innevate sullo sfondo

Il posticino che ci trova Gakul non ha nome, è solo un punto di ristoro lungo il percorso con un affaccio bellissimo sul Thamserku e i monti circostanti. Non è nemmeno in attività al momento: mala signora ci dice che non c’è problema, ci pensa lei. Dentro è scuro, buio e freddo: così ci mettiamo tutti e quattro fuori, a godere del bel sole. Ordino una RaRa soup, e mentre mando giù i noodles precotti ho la sensazione di non aver mai mangiato di meglio. Pensa come mi sono ridotta.

Proseguendo il panorama non cessa di mutare e meravigliare. Ecco che una ripida parete di roccia nera ci si para innanzi, e un ponte tibetano lascia superare un fiumiciattolo di un azzurro intenso, con cascatelle e piscine naturali che si susseguono giocose. Il fondo della parete reca dei dipinti colorati e più in basso si distingue bene il vecchio ponte in disuso. È una vista mozzafiato.

Ponte sospeso accanto a pareti di roccia dipinte con murales sacri.

Continuiamo a camminare lungo il sentiero, di tanto in tanto accelerando l’andatura nostro malgrado: rispetto a un paio di settimane fa, gli insetti sembrano essersi quadruplicati.

Contadini nepalesi con mandria di yak vicino a una ruota di preghiera

“Certo che ne hai saltate di cose nel quadernino”

“Tipo cosa?”

“Tipo le stamberghe dove siamo stati”

È vero. Ieri sera ero troppo stanca per descrivere la curiosa sistemazione dove siamo capitati: una camera con due lettini, e sotto i letti solo terra battuta. Una lastra di legno era stata posta al centro della stanza, per ingannare lo sguardo dando la parvenza di un pavimento che, in effetti, non c’era. Come al solito abbiamo sistemato gli zaini sulla finestra: non per sottrarci ad inesistenti sguardi indiscreti, ma per tentare di arginare gli spifferi e ripararci dal freddo. Ogni mattina troviamo le finestre ghiacciate: si forma un bello strato di ghiaccio compatto su tutto il vetro, un po’ meno consistente solo nei punti in cui sono stati appoggiati gli zaini.

Dormiamo sempre usando due coperte, e fin qui nulla di eccezionale. Ma tra la coperta interna e quella esterna abbiamo cura di riporre i vestiti del giorno dopo, l’acqua e qualsiasi cosa ci prema riscaldare un po’: al risveglio i vestiti da trekking non sono tiepidi, ma neanche ghiacciati. Ai letti ormai ci siamo abituati, e non accusiamo più fastidi: i primi giorni avevamo male dappertutto, perché si dorme su sottilissimi materassi appoggiati su tavole di legno. Ora non ci facciamo più caso. 

L’ultima guesthouse aveva anche un lusso particolare: un lavandino dotato di specchio e sapone, sistemato all’ingresso del Lodge: non è affatto scontato trovarne. Quello che in genere è presente invece è una doppia versione di bagni: uno occidentale e l’altro alla turca. Quest’ultimo è di gran lunga il mio preferito, perché di fatto (soprattutto per una donna) è un po’ meno lercio dell’altro. Si usano recipienti di fortuna, ricavati davvero da qualsiasi oggetto (il più delle volte si tratta di lattine di ferro), per pulire il bagno: basta immergerlo in un grande recipiente colmo di acqua davvero gelida, al punto che di solito galleggiano pezzi di ghiaccio. Esistono in ogni bagno altrettanto ingegnosi contenitori per gettare la carta igienica (che ognuno deve procurarsi, ma viene venduta a ogni bancone di qualsiasi albergo).

Vista su Namche Bazaar e sulle montagne circostanti, con massi dipinti di scritte sacre

Ma torniamo a oggi. Namche è irriconoscibile, completamente invasa da turisti: si aggirano a frotte per ogni viottolo, si ammucchiano in ogni angolo, fanno su e giù indaffarati su tutte le strade della città (beh, dopo i giorni scorsi definirla “città” mi sembra naturale). È impossibile camminare in pace senza imbattersi in quella moltitudine di facce pallide, non ancora bruciate dai potenti raggi solari delle montagne. La stagione turistica è cominciata. Dal 1 aprile il traffico aereo è così intenso che è stato deciso di dirottare i voli in un punto a 4h di auto da Kathmandu (il che per noi si traduce in un volo da 20 minuti con un trasporto su gomma lungo 12 volte tanto). 

Il nostro vecchio albergo è pieno: così io e Giorgio rimediamo una cameretta in piccionaia di un altro hotel, mentre i poveri Gakul e Stambecco devono accontentarsi di dormire in uno stanzone comune. 

Gakul ci chiede come si consueto se abbiamo sufficiente acqua per la notte. Giorgio lestamente risponde di sì, io lo guardo perplessa. La bottiglia era vuota, per quanto mi ricordo.

“Dì che non vuoi salire e prendere la bottiglia per riempirla” osservo torva

“Ma sono 1000m di dislivello, mi ci vogliono i ramponcini per salire lassù!” , protesta.

E niente. Anche stasera di beve domani, ma dovremmo avere acqua a sufficienza per lavarci i denti.

selfie buffo di due trekker spettinati davanti a una casa di montagna

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2 risposte a “Un lungo ritorno – Namche Bazaar 3440m, Giorno 14”

  1. affascinante ….ma come fai a ricordare tutti questi particolari ??????
    Alemanna

    1. Ehehe in realtà (purtroppo) gran parte dei dettagli non li ricordo…ma tutte le sere tenevo un quadernino e appuntavo la giornata: ora sto trascrivendo tutto, devo dire che leggendo mi tornano in mente tantissimi ricordi che altrimenti avrei perso!:)

Tu che ne pensi?:)

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