Giorno 12 – Gokyo (4800m) 03.04.23
Lasciamo Dragnag senza fretta, verso le otto. Il piano è raggiungere Gokyo e la camminata si preannuncia poco impegnativa: non dovrebbe richiedere più di 2-3 ore. Iniziamo con un leggero percorso in salita che si snoda tra massi sparsi qua e là. Rinfrancata dalla lunga dormita, sento il cuore leggero e sono carica di buoni propositi.

Raggiungiamo il margine del ghiacciaio della valle di Gokyo, di cui non ricordo il nome. È uno dei ghiacciai più grandi del pianeta. Sullo sfondo, all’estremità settentrionale, svetta il Cho Oyu – un ottomila che domina la valle. Davanti a noi si vede il Gokyo Ri, una vetta di oltre 5.000 metri dalla cui sommità pare si goda di un panorama mozzafiato su tutta la valle. Sotto di noi si estende la vallata col maledetto ghiacciaio: un interminabile saliscendi tra enormi massi che sembra non finire mai, in cui a ogni arzigogolata discesa segue una ripida salita. Per poi ricominciare. A vederlo qui, dall’alto, sul bordo, con il sole che si riflette sul ghiaccio, è magnifico: ma io lo osservo con occhio inquieto, perché ho imparato bene la lezione. Attraversare ghiacciai è, nella migliore delle ipotesi, una gran seccatura. Ho ancora ben vivida nella memoria l’estenuante giornata al primo Passo, il Khongma La, quando dopo aver superato i 5.500m con fatica ma (più o meno) dignitosamente, è stato proprio l’infido ghiacciaio alla fine del tragitto a farmi venir voglia di gettare la spugna. Sono stata sul punto di gettare le bacchette e piantarmi là, per l’esaurimento e la franca disperazione. Speriamo che oggi vada meglio.



Scendiamo. Un lago si svela sotto di noi, dentro vediamo sguazzare quella che sembra una foca. E come diamine ci è arrivata una foca tra i ghiacciai nel cuore dell’Himalaya? Volando? In effetti, sì: solo che non si trattava di una foca, ovviamente. Avvicinandoci capiamo che a nuotare nelle acque azzurre del grande specchio d’acqua è una grossa anatra, animale che sicuramente ha molto più senso vedere quassù. Però la paperella che si tuffa a capofitto fa strano lo stesso, a dirla tutta.


La strada è molto trafficata, tra escursionisti e sherpa che si affannano a fare su e giù in entrambe le direzioni. Uno in particolare attira la nostra attenzione. La sua corporatura minuta è in tutto e per tutto simile a quella degli altri portatori. Non è più giovanissimo: lo dicono le rughe che solcano numerose il suo viso e i capelli bianchi che lo incorniciano. Va avanti deciso, ma qualcosa nel suo portamento tradisce una certa fatica: e ci mancherebbe altro. In maniera del tutto sconsiderata, qualche turista ha pensato bene di portarsi una gigantesca Samsonite. Sull’Himalaya. E che problema c’è, tanto poi si affibbia a un portatore. Il poveretto avanza senza fare una piega, con la gigantesca valigia rigida che regge in bilico sopra la sua testa. Lo guardiamo, ma non riusciamo a credere allo spettacolo assurdo che vediamo.
Andiamo avanti, e come immaginavo sento le forze abbandonarmi progressivamente. Mentre risaliamo il costone mi chiedo se sarò in grado di affrontare il terzo Passo, il più facile dei tre. Sento la testa vuota e un senso di nausea che non mi abbandonano. Non credo nemmeno che sia colpa dell’altitudine, a questo punto: sarebbe dovuto venirmi in cima al primo Passo, non adesso. Accosto un momento, addento una barretta e bevo un lungo sorso: forse il problema è un calo di zuccheri o di pressione. Rapida, spalmo un po’ di crema sulle labbra: la fissurazione continua a torturarmi, e non so che altro fare per lenire il dolore.

Nel frattempo continuo a camminare, persa in queste elucubrazioni. Costringo i miei compagni a continue pause, se non mi sopportano più non li biasimo neanche. Ma poi ecco che improvvisamente si palesa sotto i nostri occhi: il terzo lago di Gokyo, il più famoso. Ci si può riferire a lui con ben tre nomi diversi, anche se naturalmente non me ne ricordo nemmeno uno. Una grande goccia di blu intrappolata tra alte montagne bianche. E una manciata di costruzioni (tutti alberghi: Gokyo di per sé non è abitata) sulle sue rive, con le coperte stese ad asciugare all’aria aperta.


Dopo un improbabile pasto a base di “gnocchi” (un impasto cipolla mischiata a qualcos’altro) e un’improbabile doccia calda (la prima dopo Namche: saranno passati ormai più di dieci giorni), decidiamo di dedicare il resto della giornata al riposo. Trovo un angolino più riparato dal vento dove sederci in terra, per lasciare che il sole ci asciughi i capelli. Chiudo gli occhi. Si sta bene, al sole. La pietra ha assorbito il tepore e ci coccola. Seduti sul pavimento, rimaniamo per un po’ così, a sonnecchiare tranquilli. Il resto del pomeriggio lo trascorriamo in modo tranquillo, per la prima volta ho la sensazione di trovarmi davvero in vacanza. Andiamo a toccare le gelide acque del lago, incontriamo di nuovo il ragazzo di Frascati. Continuiamo lungo il lago, ci sembra di fare un lunghissimo giro di Castel Gandolfo. È bello essere qui, ma un po’ credo ci manchi casa. Lungo le sponde c’è una sorta di altarino, con tante piccole ciotole in terracotta ai suoi piedi. Raggiungiamo la sponda opposta, da qui Gokyo ricorda un paesino svizzero.

Ma è pomeriggio: meglio tornare indietro, prima che le nuvole coprano tutto in men che non si dica.
La sala comune è affollata come di consueto, del resto è il punto più caldo del lodge. Gakul si mette a chiacchierare con noi, parliamo un po’ di tutto: della fattoria che la famiglia ha tirato su durante il Covid, del nostro itinerario nepalese, dei trekking nel Mustang. Ci mostra tantissime fotografie della sua famiglia, del Nepal, di amici di tutto il mondo. Credo che gli siamo genuinamente simpatici.

In Himalaya si reincontrano tutti. Così non solo ribecchiamo il tipo incipriato dei primi giorni, ma finisco anche a farci due chiacchiere. È thailandese, viene da Bangkok. Domani tornerà a Namche, dopo aver fatto Campo Base, Cho La e Gokyo Ri. Continua a ripetermi che gli fanno malissimo i piedi, e che la prossima volta ci viene in elicottero: due foto per i social media e via. In realtà mi è simpatico, mi fa ridere.
Ora però basta: siamo rimasti con Sandokan e Yanez intrappolati nella giungla, e sono proprio curiosa di vedere come va a finire.

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