Giorno 10 – Dzonglha (4830m) 01.04.23
Sono le 4:30 di mattina. Mi strapperei le labbra a morsi. Il sole, la neve, il vento, il freddo. L’idratazione ridicolmente insufficiente (ed è solo colpa mia: ma se devo scegliere tra bere e respirare, non c’è partita). Sul bordo interno delle labbra, superiormente ed inferiormente, si è formata un’unica, sottile linea di fissurazione. Le due labbra si sono chiuse come i bordi di una ferita, e aprire la bocca mi procura una fitta di dolore, mentre rompo a forza le croste. Chiudo la bocca: bastano pochi minuti, e l’incubo ricomincia.
Abbiamo deciso di tentare il passo. La fievole luce al neon illumina fiocamente la stanza, mentre quel santo di Giorgio è chino sulla duffel bag, industriandosi per far entrare tutto come stesse giocando a tetris.
Sono da poco passate le 6 del mattino, quando lasciamo il lodge. Il freddo è pungente, ma il cielo è limpido e la via è rischiarata da luce riflessa. Il cammino è intonso: ieri ha continuato a nevicare e nessuno ha ancora osato avventurarsi là fuori. Siamo i primi.

Iniziamo la camminata, avanzando a passo svelto nella neve fresca. Troppo svelto. Sento il toast col formaggio ballare pericolosamente nello stomaco, andando tendenzialmente contro gravità.
Raggiungiamo un primo, interminabile muro. Ci arrampichiamo che sembriamo stambecchi – anzi nel rispetto verso Stambecco, direi che sembriamo capre. Sono esausta. Sono 11 giorni che camminiamo, e credo di averne abbastanza. Nella testa, vorticano visioni di elicotteri che mi raccolgono e mi portano via da quest’incubo. Arriviamo in cima, crollo per terra. Accetto di cedere la bottiglia da 1 litro che mi porto sulle spalle, ma non di più. Una specie di buffa, insensata testardaggine mi prende. Voglio andare avanti come tutti, col mio fardello sulle spalle. Già l’aver ceduto l’acqua mi fa sentire in torto, di aver barato.

Ci trasciniamo così per un altro po’. Il pendio non è scosceso. Il panorama, terso e spettacolare, riesce a malapena a scalfire la mia attenzione. Incespico. Mi butto a terra esausta di continuo. Alla fine Giorgio mi prende di forza lo zaino. Ho le lacrime agli occhi e un groppo alla gola, ma cedo. È l’unico modo di poter andare un po’ avanti. Continuo la mia marcia penosa, a questo punto non so dire se influisca più il fisico o la testa. Ma continuiamo ad avanzare nella neve. Vediamo un ghiacciaio sulla nostra sinistra, bellissimo. Ma tiriamo lentamente dritti.
Infine, raggiungiamo un gruppetto incerto ai margini del ghiacciaio. Sull’Himalaya ci si reincontra tutti. Stamattina abbiamo incrociato il ragazzo di Frascati, che si è accodato per un po’ e poi, intuita la strada, ci ha superati. Ora eccolo già di nuovo.
“Dicono che non sanno trovare la strada” ci informa “La neve ha coperto i crepacci del ghiacciaio e andare non è sicuro. Io lì da solo non mi avventuro di certo”. Beffarde, le bandiere di preghiera che segnano il passo Cho La ci guardano dall’altra parte, poco oltre la fine del ghiacciaio. Il traguardo è davanti ai nostri occhi, proprio a un passo. Così vicino, e così irraggiungibile.

Restiamo per un po’ tutti lì, in attesa. Il nostro infallibile Gakul e un’altra guida parlottano, poi si decidono ad esplorare cautamente l’infida superficie immacolata. Ci sono parecchie probabilità che saremo costretti a tornare indietro: ma chissene importa, non voglio che Gakul si metta a repentaglio per una stupida marcia. Non ci danno mica un premio. La nostra guida però non è dello stesso avviso: testardo, avanza cautamente nella neve, andando avanti a tentoni con l’altra guida. Si aiutano solo con un bastoncino, un ausilio davvero ridicolo.
Stambecco ci scuote dalle nostre elucubrazioni. Hanno tracciato una via. Lasciamo gli zaini, l’indicazione è di seguire letteralmente passo passo ogni impronta che vediamo. Un crepaccio nascosto potrebbe trovarsi ovunque, magari subito a lato dell’orma segnata. Camminare su un ghiacciaio innevato è pericolosissimo.

Avanziamo. Non ho lo zaino, ma sento le forze venire meno. Non oso fermarmi. Per quanto ne so, potrebbe essere una voragine sotto i nostri piedi, che aspetta solo un peso prolungato unito al sole battente per rivelarsi.
“Dai, raggiungiamo quel paletto e ci fermiamo. Deve essere piantato a qualcosa, è un posto sicuro” mi sprona l’angelo alle mie spalle.

Superiamo il ghiacciaio. Stambecco continua ad accollarsi il mio zaino. Ormai dalla vetta ci separa solo una breve, ripida scalata con una corda di metallo a cui appigliarsi.
E poi, eccoci. Le bandiere di preghiera, il masso che segna il punto. Una piccola folla multietnica, stanca e sorridente. Il sole brilla, non c’è una nuvola. Foto di rito. Battute. Il cuore che si sente più leggero.

E scendiamo. È stata una parte molto divertente la discesa, anche se mi è costata i guanti di lana merinos trovati da Decatlhon. Abbiamo i ramponcini alle scarpe, ma voliamo sulla neve facendo scivolare le mani sulle corde di metallo. Rapidi, raggiungiamo la base del monte. La vallata di fronte a noi.

“Dov’è il villaggio?” Domando a Gakul
“Da qui non si vede” è la sua preoccupante risposta.
Continuiamo a camminare tra roccia e neve, scendendo, ma un brutto presentimento mi assale. Ormai ho capito che un “passo” non è solo un passo.

Incontriamo un tizio che lì per lì scambio per l’indiano che incrociamo in questi giorni (in effetti l’abbiamo incontrato anche stamattina). Ma qualcosa non torna. Scambia due parole con Gakul. Andiamo avanti un poco, superandolo. Poi lui si gira.
“Quello è un altro giapponese” sospira triste.
Viene dalla parte opposta e deve ancora risalire il monte. È pomeriggio, e come d’abitudine una fitta coltre di nubi copre il cielo e le montagne, valico incluso. Il tipo si è proposto di fare in giornata da Gokyo al Campo Base. La nostra guida ha tentato di metterlo in guardia, peraltro la neve in cima avrà già cancellato le nostre tracce, la via sicura sul ghiacciaio. Ma non può impedirgli di andare: lo vediamo allontanarsi andando incontro al suo più che mai incerto destino. Non sapremo mai cosa gli è successo dopo.

Continuiamo la marcia, risalendo un’altra stramaledettissima collina. Finalmente sono tornata in possesso del mio zaino. Affanno, anzi respiro rumorosamente come mi hanno insegnato a yoga. Ma vado avanti. Un nebbione copre totalmente la vista, ma ormai (finalmente!) da qui è solo una lunga discesa in cui il panorama cambia gradualmente. Quando siamo arrivati in fondo il meteo è cambiato di nuovo, la nebbia si è diradata e ora scorgiamo gli agognati tetti di lamiera, che indicano la nostra destinazione, illuminati da caldi raggi di sole.
Sono passate 8h di cammino, e anche il secondo passo è andato. Siamo giunti nella Valle di Gokyo.

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