Il passo di Kongma, a più di 5500m – Lobuche, Giorno 8

Nepal, giorno 8: foto di gruppo sul Kongma La
8–12 minuti

Giorno 8 – Lobuche (4930m) 30.03.23

Kongma La (Passo di Kongma): una giornata da ricordare o da dimenticare, libera interpretazione. Abbiamo camminato per 10:30h consecutive, raggiunto quota 5535m, bevuto a malapena un litro d’acqua (sicuramente non di più). Ma questi sono solo numeri. Proverò a descrivere questa giornata tremenda, anche se ci vorrà un po’.

La sveglia è suonata alle 4:30, dopo una notte quasi insonne: ho avuto la brillante idea di indossare il completo da trekking, anziché quello in lana merinos che adopero abitualmente per dormire. Credevo di aver avuto una buona pensata, così la mattina alla partenza avrei avuto il completo già caldo; invece non poteva venirmi in mente niente di peggio: un freddo tagliente tutta la notte, ogni minimo movimento procurava uno spiffero gelido che mi svegliava.

Dopo una curiosa colazione a base di farina mischiata a ginger tea, abbiamo lasciato il rifugio che non albeggiava ancora. Alcune cime in lontananza erano tinte di rosa salmone, il cielo era diffusamente chiaro. Nel silenzio di un mondo che deve ancora svegliarsi, la marcia cominciava in modo tranquillo, con il pendio che saliva piuttosto dolcemente. Lì per lì ho pensato che non sarebbe poi stato così terribile: un’ingannevole illusione.

Il passo collega Chukungu e Lobuche, nella valle di Khumbu: un dislivello di 800m (o 600m, dipende dal versante) che arriva a toccare la ragguardevole altezza di 5535m (o giù di lì: non tutte le misurazioni sono concordi, secondo alcuni si arriva a quota 5550m). Per raggiungere Lobuche non è necessario valicare il passo montano: esiste un percorso molto più agevole che in 4-5h conduce a destinazione, e viene preferito da gran parte degli escursionisti. Raggiungere Lobuche del resto è una tappa imprescindibile per arrivare a Gorak Shep (5100m) e da lì al campo base dell’Everest.

Nepal, giorno 8: cespugli vermigli

Il percorso continua: scavallata una prima salita, ci troviamo davanti una distesa bianca (si tratta di un lago coperto di neve) e in lontananza scorgiamo un’alta e magnifica cascata ghiacciata. Da lì non resta che fare una cosa: salire. Prima costeggiamo il lago, poi ci inerpichiamo su un ripido pendio e senza quasi accorgercene lasciamo la cascata ben sotto i nostri piedi.

L’altitudine fa strani effetti. A questo punto del cammino mi sento stanca, ma una strana ebrezza si impossessa di me: sono dritta in piedi, non rattrappita, con un sorriso in faccia mentre un moto di adrenalina mi rinvigorisce e mi da la forza di continuare a testa alta. Ho l’impulso di soffiarmi il naso, come se fossi raffreddata e non passasse abbastanza aria respirando: la verità è che l’aria passa, l’ossigeno probabilmente passa meno. 

Nepal, giorno 8: salendo al Kongma La

Vedo Gakul scrutare l’orizzonte, e un muro di pietre e neve ergersi minaccioso davanti a noi. Ho il fiato corto, ma in fondo si sapeva che alla fine sarebbe stato così. Solo che più che la fine, eravamo all’inizio. Comincia la salita. Durissima. Non riesco a trattenere il fiato, salgo ansimante e impotente. Vado avanti. Incrociamo un tizio che scende, viene da Lobuche. – Dai, vi state avvicinando!, che vuole essere un incoraggiamento, invece nella mia testa risuona prepotente un grosso punto interrogativo. – Avvicinando? Come, “avvicinando”? Ma non è questa la fine?. La salita prosegue implacabile, e pericolosissima. Si sale quasi in verticale, superando ciottoli, pietre e ghiaia fine come sabbia. Sotto, lo strapiombo. Ci vuole davvero un nonnulla perché un ciottolo si stacchi dal gruppo mentre un piede è poggiato sopra, e con la sabbia è pure peggio. Sono troppo esausta perfino per avere timore. Mi limito a non guardare in basso e, Dio me ne scampi!, non guardare in alto. A questo punto non voglio sapere quanto manca. Non ho pensieri ad ingombrare la mente. Mi concentro, focalizzo tutta la mia attenzione sui passi di Giorgio. Le seguo, precisa, uno dietro l’altro, al suo stesso ritmo. Mi sento malissimo, non ho aria nei polmoni, continuo ad ansimare pietosamente. Ma per me, per tutta me stessa, esistono solo i passi di Giorgio. Nient’altro. Devo seguirli.

E poi in qualche modo questo primo incubo finisce. Sono sfinita, ma non è finita. Una distesa nevosa si estende per un po’ davanti a noi, sullo sfondo cime che non mi interessano. Ci giriamo, alle nostre spalle il panorama è incredibile. Le alte vette che ieri guardavamo con stupore dal basso sembrano come rimpicciolite, ora che ci siamo inerpicati quassù.

Proseguiamo, tra brevi tratti in discesa, in piano e piccole salite. Gakul indica davanti a noi, verso un muro di rocce lontane. – Ecco, il passo è laggiù!, esclama tutto contento. Un’altra distesa piana si stende alla nostra sinistra, sarà un altro lago. Lo bordeggiamo tranquilli, incrociando una simpatica coppia di olandesi che avevamo incontrato pochi giorni fa. Stanno mangiando. Lui porta gli zainetti di entrambe: viaggiano leggeri, senza porter né guida. Lei ieri ha avuto una intossicazione alimentare, ma hanno deciso di avventurarsi ugualmente fin quassù. Io la trovo una decisione parecchio discutibile: sarebbe stato più ragionevole aspettare un giorno in più, o piuttosto incamminarsi direttamente lungo un’altra via. Non bisogna sempre fare tutto e per forza. Ma tengo la considerazione per me: li salutiamo e con un sorriso gli auguriamo buona fortuna – e buon pranzo.

Arriviamo così finalmente alla seconda, terribile parete. Sembra la fotocopia della prima, ma comincio a sentire le forze diminuire. Noto con curiosità quello che sembra un fiore rosso, esploso da uno stelo altrettanto rosso. Come se potessero sbocciare fiori in condizioni tanto impervie. Forse lo fanno. Lo sguardo si sposta più a valle: in effetti la distesa bianca è proprio un lago ghiacciato. Anche Gakul guarda sotto: vedo che osserva con intento, strizza gli occhi, gli pare di vedere qualcosa. Fa qualche passo, ma è restio: si ferma, e guarda di nuovo. Incuriosita, mi sporgo e ci provo anche io: ma neanche a dirlo, per me sotto è solo un indistinto susseguirsi di bianco della neve e nero dei massi, niente di più. Lo vedo scrollare le spalle, e andare avanti. Ma si capisce che non è per niente convinto, qualcosa sotto di noi lo turba.

Nepal, giorno 8: bandiere nepalesi sul passo Kongma

Nel frattempo la marcia continua implacabile. Stremata, sento Giorgio incoraggiarmi. – Dai, sono 15 passi! E poi siamo alla bandiera!, mi dice. E ancora non so come, poco dopo (15 passi dopo, appunto), la bandiera di preghiera la passo davvero. Abbiamo raggiunto il passo Kongma, 5535m di altitudine. In qualche modo ci siamo arrivati.

Ci scattiamo felici qualche foto tutti e quattro. Stambecco (che comincio a chiedermi se non sia in effetti un alieno: con lo zainone sulle spalle, le scarpe di tela e nessun bastone ad aiutarlo continua tranquillamente a precederci, senza dar segno di accusare la benché minima stanchezza), dicevo Stambecco è lì sereno. Quando gli domando se non sia stanco, mi risponde sorridente di no. In effetti non lo sembra affatto. Incredula, gli chiedo se è già stato qui: no, è la prima volta. Questo tizio potrebbe essere tranquillamente un extraterrestre, per mio conto.

Nepal, giorno 8: foto di gruppo sul Kongma La

Gakul non si dà pace, si accosta di nuovo sul ciglio. Vede, ma non è sicuro di quel che vede. Un altro gruppetto di escursionisti raggiunge la cima. Hanno un binocolo, glielo chiede in prestito. E avuta la conferma di quello che i suoi occhi prodigiosi avevano intuito, ci passa lo strumento e indica un punto più in basso, vicino a una roccia accanto al lago innevato. Accosto il viso e lo vedo anche io: un fazzoletto di telo blu spunta dalla roccia. Il binocolo passa di mano in mano, tutti noi in cima abbiamo capito cosa si trova sotto. Così, quando un rombo scuote improvvisamente l’aria e un elicottero compare dietro la montagna, sbracciamo e facciamo segno. Ci gira un po’ intorno, poi alla fine lo trova. Accosta. Un tizio scende, scatta due foto e poi il bestione prende quota e se ne va. Quello che deve essere successo è chiaro a tutti: lo sventurato escursionista deve essere aver preso una falsa via, forse è stato sorpreso dal maltempo. È riuscito ad avvicinarsi alla parete di roccia, magari cercando protezione, ma alla fine deve essersi arreso: rannicchiato accanto a un grande masso, non ha potuto far altro che avvolgersi nel sacco a pelo, senza sopravvivere al freddo della notte. Era arrivato così vicino al valico. Il corpo ormai senza vita verrà recuperato in un secondo momento alla presenza della polizia, ci spiega serio Gakul.

Per noi è tempo di proseguire. Il sole è alto in cielo, è mezzogiorno. Mettiamo i ramponcini e cominciamo la discesa: almeno per noi, il peggio sembra essere alle nostre spalle. Tuttavia persino scendere da questo maledetto valico è impegnativo: la neve tra i sassi sembra non finire mai, e poi a complicare le cose si aggiunge la ghiaia. Ci raggiunge l’escursionista indiano che avevamo incontrato in cima, che ci aveva detto che altri due seguivano ma non erano amici suoi: lui andava da solo e senza guida – quanta gente sconsiderata gira per l’Himalaya! Per un po’ ci sta dietro, poi noi ci fermiamo per un pasto frugale e lui si decide finalmente a superarci. Il cielo nel frattempo si è annuvolato, cadono fiocchi di neve.

Nepal, giorno 8: pietraia scendendo dalla montagna

Continuiamo a scendere, e l’occhio continua a cadermi sui cespugli vermigli. In qualche modo mi vengono in mente i rami dei suicidi di Dante, quelli che se li spezzi sanguinano. Saremo finiti in un girone infernale, penso tra me e me. Nel frattempo ci raggiunge la coppia di cui aveva parlato l’indiano: è una coppia di americani che avevamo già incontrato ieri, due insopportabili sbruffoni. Senza preoccuparsi di informarsi sulle nostre condizioni, ci hanno tenuti incastrati a sentirli vantarsi di sé stessi. Abbiamo cercato di farci superare per toglierceli di torno, ma quelli puntualmente facevano in modo di seguirci – scommetto che non avevano idea di come proseguire.

Finalmente, siamo scesi dal monte. A questo punto avremmo dovuto trovare il villaggio, come si converrebbe dopo aver passato il valico: invece no, dopo la salita fino al passo, dopo la discesa dalla montagna, adesso c’era uno stramaledetto ghiacciaio da superare. Il ghiacciaio Khumbu: una serie interminabile di salite e discese, con qualche lago ghiacciato tra una e l’altra. Se la mattina mi pareva di sentire l’empia voce di Saruman sulla parete rocciosa, adesso eravamo tali e quali a Sam e Frodo sperduti nelle terre di Mordor. Umore e panorama si prestavano di sicuro. 

Nepal, giorno 8: il ghiacciaio Khumbu

Seguiamo delle bandierine bianche e rosse che segnano la via per Lobuche. Vorrei solo lanciare le racchette e non proseguire oltre, basta, non ce la faccio più. Mi sembra come se il panorama avesse preso in prestito la litania dell’altro giorno alla cerimonia buddista: una nenia segue un’altra nenia, qui a una salita segue un’altra salita. In entrambi i casi, non si intravede la fine. Giorgio mi vede: mi costringe a sedermi, a bere e a mangiare. Poi mi tira su e mi obbliga a camminare, mentre mi guarda le spalle (- …o giù lì, aggiunge scherzosamente). Ormai mi trascino vistosamente, mentre incespico tra una pietra e l’altra. Vado avanti seguendo a tratti Gakul, a tratti la strada. Giorgio è dietro di me, mi tiene sott’occhio e mi fa ridere. E avanziamo, insieme.

Finché, dietro l’ultima bandierina, eccola comparire come un miraggio: Lobuche, 4930m. Sporca, quattro edifici sparuti in un tempo ormai permanentemente freddo e grigio. Ma non ci pare vero, sembra una visione piena di grazia. Dopo più di 10 ore di cammino ininterrotto (8 miseri km, che sappiamo non rappresentare nulla), finalmente possiamo dire che, in questo gioco crudele in cui a ogni difficoltà ne segue un’altra, finalmente è davvero finita.

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2 risposte a “Il passo di Kongma, a più di 5500m – Lobuche, Giorno 8”

  1. […] 6 minuti Prima volta qui? Comincia dall’inizio del trek! Hai perso la puntata precedente? Vai al Giorno 8! […]

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Scopri di più da 2minetorno (e mo chi glielo dice a mamma?)

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