Jam jam si…ma piano piano! – Kathmandu (1400m), Giorno 17

5–8 minuti

Giorno 17: Luckla (2400m) – Kathmandu (1400) 08.04.23

BIP-BIP-BIIIIIPPPPPP. Dio santo. Apro gli occhi nella stanza oscura, il cervello intorpidito segue a rilento. BIIIIIIPPPP. Ma che succede? BIP-BIP. La sveglia. Giusto. Richiudo gli occhi, ma quella non ne vuole sapere. BIP-BIP-BIPPPPP. Lo sento muoversi a tentoni, assonnato. Un lampo di luce, poi finalmente il silenzio: deve averla disattivata. Tiro un respiro profondo, mentre lo sento dire ad alta voce quello che già sappiamo.

“Dai…dobbiamo alzarci, è tardi”.

A parte che trovo abbastanza inconcepibile che alle 4:30 del mattino possa essere tardi, ma in effetti Giorgio non ha tutti i torti. A Luckla non si è mai certi se si riuscirà davvero a prendere il volo e partire, il minimo è arrivare presto in aeroporto per accaparrarsi i primi posti disponibili. 

Viaggiatore con giacca blu e zaino davanti allo Shangrila Lodge & Restaurant a Lukla, punto di partenza (e arrivo) per i trekking in Himalaya

Nel trambusto, non si ha tempo. La gente comincia ad incamminarsi, tu pensi solo che vuoi fare più in fretta. Cerco di non perdere di vista Gakul, Stambecco. Lo zaino è ingombrante, ma non pesa molto. Percorro a passo affrettato il viottolo che porta all’aeroporto. Quello che mi ha accolto all’inizio di quest’incredibile avventura. Quello che mi ha strappato un sorriso la prima volta che l’ho visto, perché è proprio lo stesso che viene inquadrato nel film “Ascension”: era un po’ come se fossimo capitati dentro al film stesso. “Colpisci e sali!” è stato un mantra che ci ha accompagnato per tutti questi giorni, oltre all’immancabile “Jam jam sì…ma piano piano” (jam jam è il modo locale per dire “andiamo”, Gakul ce lo ripeteva tutto il giorno tutti i giorni, visto che ogni scusa era buona per fare una pausa…e prendersela comoda per non ripartire). 

Panorama montano visto dall’oblò di un aereo, con l’ala in primo piano e le cime himalayane immerse nella foschia

E così, non mi resta che un breve momento per lanciare un’ultima occhiata. Sono venuta in Nepal, ho camminato tra le montagne dell’Himalaya. L’ho fatto. Ma adesso, come è iniziato così è finito: è tempo di andare. Di lasciare questa faticosa favola alle spalle. E non ho nemmeno il tempo di pensarci su, perché già stiamo correndo sulla pista per salire a bordo dei pericolanti bolidi che volano da queste parti. Un momento, e già corre a capofitto sulla piccola pista in discesa. Si lancia nel vuoto, prende quota. E continua così, per un infinito breve volo: vuoti d’aria che fanno salire il cuore in gola, poi l’aeroplanino che risale. Quando siamo atterrati, più che provare nostalgia per le montagne avevo voglia di baciare per terra.

Passeggeri e personale di terra davanti a un piccolo aereo Tara Air su una pista in mezzo alle montagne nepalesi

Il ritorno a Kathmandu si è dimostrato un viaggio lungo e faticoso. Le strade nepalesi non sono nulla più che sentieri polverosi pieni di buche, dove un traffico impazzito fa rischiare la pelle a ogni curva. Il pullmino ha seguito diligentemente ma in modo spericolato il tragitto fino alla capitale per quattro ore, correndo spensierato su curve a gomito che affacciavano su un dirupo. Oltre al nostro ormai silenzioso quartetto, due ragazzi francesi e tre pestiferi americani: due tipe truccate (un dettaglio impossibile da non cogliere) e un tizio che ha passato tutto il tempo a provarci in modo esasperante. Mentre mie orecchie sanguinavano per la sfilza di argomenti scontati che il tipo ha passato in rassegna per ore, cercando di rimorchiare una delle due connazionali, non potevo fare a meno di pensare quanto profondamente detesti i dialoghi forzati. Se non hai niente di interessante da dire, allora stai zitto.

Vista panoramica su un ponte sospeso che collega due versanti montuosi sopra un fiume, con case e vegetazione tipica dell’entroterra nepalese

E così eccoci di nuovo qui, nell’albergo della prima sera. Ci hanno dato una camera con il letto matrimoniale questa volta: come se servisse, dopo tutti questi giorni passati abbracciati in piccoli lettini singoli. Stambecco è tornato a casa sua, noi abbiamo cenato sul presto con Gakul e suo fratello Prakash (che gestisce la compagnia con cui siamo partiti: la Himalayan Forever) all’Avocado Caffè: un hamburger di pollo per Giorgio, un pad thai per me, una curiosa (diciamo così) pizza al pollo per loro. E per concludere, morti di sonno, un brownie su piastra con gelato alla vaniglia: centomila calorie, ma gustosissimo. Abbiamo ancora qualche giorno da passare qui a Kathmandu, domani incontreremo il monaco per farci predire l’oroscopo e la sera saremo ospiti a casa dei due fratelli, conosceremo le loro famiglie. 

È una sensazione curiosa quella che provo stasera: ho sonno. Ho tantissimo sonno. È curioso forse che non provi nient’altro. Questi giorni sono stati una pausa, una bellissima pausa dall’esterno. Abbiamo sperimentato una routine che ci è rapidamente sembrata la più naturale del mondo. Riprendo in mano il diario, in un momento scritto dopo i primi giorni di cammino:  Ogni mattina, il trauma della sveglia: mani e piedi finalmente caldi, ma fuori dal perimetro delle coperte l’aria è gelida. Arriviamo puntualmente con un po’ di ritardo a colazione, e ci mettiamo quella che a me pare una vita per chiudere tutto: in particolare tirare la zip della duffel bag è una sfida ogni singola mattina. Poi si cammina, fino a pranzo. È difficile tenere a freno i pensieri: a tratti sono rapita dal panorama, a volte penso ai miei amici e alla mia famiglia, a volte mi sorprendo a mandare pensieri cattivi a una persona di cui non dirò. Quando capita, sono costernata con me stessa: sono pensieri che avrebbero dovuto abbandonarmi tempo fa, in fondo sono io la persona responsabile della mia mente e dei pensieri che fa. Ad alcuni di essi non dovrei dare il potere di seguirmi fin nel profondo dell’Himalaya. Il più delle volte ad ogni modo sono concentrata sui passi di Giorgio, che mi precede, attenta a schivare sassi ed individuare la salita più dolce e meno cruenta per le mie ginocchia. Ogni singolo gradino. 

Poi arriva il pranzo: io scrivo, Giorgio si distrae. E la marcia riprende, fino al rifugio della notte. Allora variamente leggiamo, beviamo un tè caldo, invariabilmente facciamo una pennica prima di cena. Quindi torno a scrivere, mentre Giorgio legge. Tornati in camera, inganniamo tutti, dormendo abbracciati sotto due coperte (e due cuscini) in un unico lettino singolo. A saperlo, non avrei portato i sacchi a pelo. Leggo a Giorgio il diario scritto, poi insieme leggiamo le avventure di Sandokan: abbiamo provato con “Il leopardo delle nevi”, ma leggere del freddoloso cammino himalayano del suo protagonista mentre noi stessi moriamo dal freddo ci risulta troppo pesante. Così rimaniamo stretti a scaldare la mente al caldo della foresta del Borneo, prima di chiudere gli occhi e ricominciare tutto daccapo.

Ecco, tutto questo è finito. La nostra avventura nepalese no, il nostro cammino sì. E non sento di avere molto da aggiungere, è tutto racchiuso nel diario. Dentro c’è la fatica per ogni salita, il monastero di Tengboche freddo con gli eterei canti dei monaci, la paura di finire in un crepaccio coperto dalla neve attraversando un ghiacciaio, il disgraziato fotografo giapponese, i RaRa noodles e l’hash brown, il disagio di essere donna a certe altitudini, il tremendo té tibetano e l’ottimo té allo zenzero, il dolore di quando il sole mi ha bruciatola bocca fissurandola, la meraviglia per il primo incontro con gli yak, il buon umore di Gakul e la gentilezza di Stambecco, il magnifico Ama Dablam che ci guarda dal suo perfetto cono innevato, ci ho messo proprio tutto.

E così alla fine di tutto io provo solamente un grande, irresistibile sonno.

Capra in equilibrio su un tetto di lamiera e cane in piedi su una cuccia in un recinto, con sfondo di montagne e baracche. In realtà siamo all'aeroporto di arrivo.

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4 responses to “Jam jam si…ma piano piano! – Kathmandu (1400m), Giorno 17”

  1. Hola Alice. Carina la tua frase sulla mente e sui pensieri…….verissimo quello che dici, a noi sta sempre il controllo della mente, è un esercizio che va fatto per impedirle di fare robe strane……..

    1. Eh sì, quando va per fatti suoi a volte prende strade sbagliate:)

  2. struggente
    Ale

    1. 🥰🥰🥰 ora va trovata una nuova avventura da raccontare!

Tu che ne pensi?:)

Scopri di più da 2minetorno (e mo chi glielo dice a mamma?)

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