Indecisione sul cammino – Dzonglha, Giorno 10

Una calata di nubi inghiotte il panorama, nascondendo tutto alla vista
5–7 minuti

Giorno 10 – Dzonglha (4830m) 01.04.23

Tutta la giornata di oggi è stata improntata su domani; e tuttavia non abbiamo idea di come andrà a finire.

Il diario rosso nepalese, su cui ho appuntato l’intero racconto

La scalata all’alba al Khala Pattar per fortuna è sfumata, pensavo mi avrebbe dato il colpo di grazia: ma ha continuato a nevicare durante la notte e il sole ha tardato parecchio a fare capolino.

Gakul ci ha accolto con un ventaglio di opzioni, come al solito. La situazione in questo momento è questa: vogliamo raggiungere la valle di Gokyo, con i suoi laghi rinomati. Il modo più rapido è di affrontare il secondo passo montano, il Cho La: ma con il brutto tempo di questi giorni c’è il serio rischio che sia impraticabile. L’altra via, quella più sicura, consiste nel circumnavigare la valle da sud: ma questa deviazione implicherebbe quattro lunghi giorni di marcia a tappe forzate. Alla fine decidiamo di non decidere: in entrambe i casi il cammino ci riporta a Lobuche, dove speriamo di arrivare per pranzo.  Si vedrà in seguito.

Il cammino tra nuda roccia e la neve sullo sfondo

Quindi in questa mattina di 1 aprile lasciamo Gorak Shep, la porta d’accesso per il campo base dell’Everest, e ci apprestiamo a ripercorrere a ritroso la strada che ha condotti qui, direzione Lobuche. Il tragitto di ritorno è reso sdrucciolevole dalla neve, che calpestata ripetutamente diventa compatta e scivolosa come ghiaccio. Alcuni procedono con i ramponcini. Il panorama da qualche giorno è molto simile a se stesso: massi, neve, ghiaccio e fango. Qua e là di tanto in tanto si distinguono zolle di terra. Il cammino ormai è un qualcosa di familiare, con le solite precedenze da dare a sherpa, yak e cavalli e, di quando in quando, ad altri escursionisti. 

Vista su una valle dell’Himalaya, tra neve e ghiaccio

Improvvisamente in un tratto pianeggiante si sente un grido. Accanto a un piccolo altare, un tizio sorridente scatta foto con il cellulare. Una donna con un piumino giallo si porta le mani al viso. Un uomo le è inginocchiato di fronte. È felice. Le vette intorno incorniciano la proposta di matrimonio, i promessi sposi ridono e si abbracciano stretti. I passanti si fermano, qualcuno applaude, tutti sorridono. E poi si riprende la marcia.

Come previsto raggiungiamo Lobuche per pranzo. Prendo la consueta noodle soup: in questi giorni non si può dire che la dieta sia molto varia. Consumiamo una zuppa almeno una volta al giorno, scalda e apporta liquidi. Le varianti principali sono lo sherpa stew (una sorta di minestrone, rigorosamente privo di carne: non siamo improvvisamente diventati vegetariani, ma mangiare carne può essere rischioso – specie quella di yak, che non può essere cacciato. Pertanto leggendo una succulenta “yak steak”, beh la carne viene dall’animale trovato morto – non ucciso per essere mangiato), oppure il RaRa Stew che è in effetti una zuppa di noodles precotti. In altenativa, l’harsh brown è molto saporito: una sorta di schiacciata di patate e cipolla, magari con formaggio o omelette sopra. Poi ci sono i “momo”, ovvero ravioli artigianali farciti con verdure, patate (con o senza formaggio), cotti al vapore o fritti. E infine i vegetable fried noodles, li mangio con piacere illudendomi che siano solo una variante locale della pasta. Ma di fatto andiamo avanti a verdure, patate e noodles, serviti in vario modo. Una dieta un po’ monotona. Da bere, infuso di zenzero o al limite di menta. La coca cola è un lusso che ci siamo concessi una sola volta in questi giorni. Quando torno a casa saccheggerò bar e ristoranti almeno per una settimana intera.

Il pranzo è stato accompagnato da un sole che ha riacceso qualche speranza. Vedere la Valle di Gokyo ha la precedenza su tutto, ma anche l’idea di superare il passo montano Cho La esercita molto fascino. È arrivato infine il momento di decidere, e decidiamo di rischiare. Da Lobuche punteremo verso un rifugio dal nome impronunciabile ai piedi del passo, a 4800m circa, e che Dio ce la mandi buona. Arrivati lì vedremo il da farsi. Se dovesse essere impraticabile, saremo costretti a tornare indietro con la coda tra le gambe e avremo anche perso un prezioso giorno di marcia inutilmente: riuscite a passare il Cho La, oltre all’esperienza in sé, ci farebbe raggiungere Gokyo in soli 3 giorni. 

Ci incamminiamo per un lungo sentiero pianeggiante, abbandoniamo il sentiero principale per dirigerci verso il Cho La (La vuol dire Passo) e proseguiamo inerpicandoci su una collina, costeggiandone il fianco. Sotto di noi, un vasto lago ghiacciato.

Un lago ghiacciato coperto di neve

Ma sono da poco passate le 13 e il cielo si rabbuia. Tutto normale, qui è sempre bello al mattino e si guasta al pomeriggio in questo periodo. Proseguiamo. Cominciano i primi fiocchi. Giorgio è agitato, io pure. Ma ci siamo spinti troppo in là e ormai non ha più senso tornare indietro: possiamo solo andare avanti. E così facciamo, per ore, sotto fiocchi di neve che non accennano a smettere. Sul sentiero ci siamo solo noi quattro. La marcia comincia a sembrare infinita, non so che ore sono ma non ne posso più. È tutto grigio intorno a noi, e focalizzo la mia attenzione nel cercare di evitare il fango, per quanto possibile. Il villaggio, dapprima intravisto in lontananza, ora è sparito alla vista inghiottito in questo scenario in bianco e nero.

– Dai giochiamo un po’ con la fantasia, ti va?

– Ok..

– Bene. Siamo a Via del Corso. Vedi, laggiù c’è Lush. Mi accompagni, vorrei prendere una maschera per i capelli

– Al miele?

– No, alla cacca di yak

– Ma che schifo!

E andiamo avanti così, giocando a ingannare la stanchezza e la neve, fino a quando quasi non inciampiamo nel rifugio. Ho un fidanzato eccezionale.

L’albergo è il più carino degli ultimi giorni. Il pavimento è in finto parquet, il bagno ha non solo la doccia ma anche un lavandino. Un vero lusso. La sala comune ha la solita stufa al centro, alimentata a cacca secca di yak e benzina. L’ambiente è insalubre: i nostri vicini tedeschi (immaginiamo, ma potrebbero essere di paesi limitrofi) hanno avuto l’astuta idea di mettere le loro scarpe ad asciugare vicino alla stufa. Il risultato di questa mossa brillante è che la suola di una scarpa è andata a fuoco e noi tutti siamo costretti a respirare i fumi della gomma nell’aria. Fuori continua a nevicare.

Nonostante tutto, Gakul rimane fiducioso. Siamo in ballo: balliamo.

Foto di noi due

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2 risposte a “Indecisione sul cammino – Dzonglha, Giorno 10”

  1. Sembra di esserci ! Suspence ❤️

    1. Che bello sentirsi dire così…è proprio quello che spero succeda con queste pagine di diario!! Anche il prossimo giovedì penso sarà una pagina interessante 🙂

Tu che ne pensi?:)

Scopri di più da 2minetorno (e mo chi glielo dice a mamma?)

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