Raggiungere l’Everest Base Camp (5364m) – Gorak Shep, Giorno 9

Eccoci in posa per una foto con l’Himalaya sullo sfondo.
5–7 minuti

Giorno 9 – Gorak Shep (5190m) 01.04.23

Stamattina non riuscivo a smettere di pensare a ieri. C’è una parola che secondo me lo descrive bene: excruciating. Straziante. Ieri è stata una giornata durissima, al punto che i suoi strascichi si sono protratti fino ad oggi. Sento la spossatezza per tutto quello che abbiamo fatto, per quello che abbiamo visto, per il senso di impotenza e dell’esaurimento per la stanchezza. Sono come massi che non si levano, il riposo notturno non è bastato a farli rotolare via.

Ad ogni modo la strada continua. Abbiamo lasciato Lobuche col sole alto, che però non si è mantenuto a lungo: subito una velatura ha coperto il cielo. Il Pumo Ri, la montagna preferita di Gakul, si stagliava maestosa davanti a noi con il suo cono pressoché perfetto. La strada che ci ha condotto a Gorak Shep non deve essere stata impegnativa, ma per la terribile stanchezza ne conservo ben pochi ricordi. Il Pumo Ri è uno di questi. (Pumo Ri o Pumori: ho scoperto che in effetti sulle mappe è scritto attaccato, ma sentendo Gakul a me sembravano due parole divise. Per questo nel testo si trova scritto in questo modo)

Il monte Pumori illuminato dalla luce del giorno, con un cielo terso.
Il Pumo Ri, la montagna preferita di Gakul (e probabilmente pure la mia)

Sono le 11 quando raggiungiamo Gorak Shep, l’ultimo avamposto prima dell’EBC: l’Everest Base Camp (5364m). Sto trangugiando la solita zuppa assorta in nessun pensiero particolare, felice di riposare un poco. Ma Gakul lascia trapelare la sua ansietà: è appena metà mattina, ma non abbiamo molto tempo. Così lasciamo l’albergo più alto del mondo, dove dormiremo stanotte (probabilmente usando per la prima volta i sacchi a pelo), e ricominciamo a camminare. Appena fuori Gorak Shep (i punti oltre una certa altitudine non sono più paesi, solo concentrati di qualche albergo per le frotte di turisti stranieri che vengono qui in pellegrinaggio) vediamo una curiosa ma inconfondibile rete da pallavolo. Gakul ci dice che in questo arido spazio circondato dalle cime più alte del mondo giocano anche a calcio. È proprio vero che tutto il mondo è paese.

Uno yak cammina su un sentiero roccioso in Nepal.
Gli yak si muovono con calma tra le montagne, indifferenti alla fatica umana.

La strada prosegue per un po’ in perfetta pianura, dandomi modo di rifiatare. Non saremo saliti per più di 200m, la maggior parte del tempo si prosegue in piano, attraversando di quando in quando grossi massi franati sulla strada.

Prima ho parlato di turisti che vengono qui in pellegrinaggio. Vedendo la processione che si snoda ordinata lungo il percorso, sono sempre più convinta che di un vero e proprio pellegrinaggio si tratti, di una fede sfuggente che accomuna però tutte le culture. Tutti sono qui per raggiungere La Mecca, tutti vogliono vedere con i propri occhi il famoso Campo Base. Quell’agglomerato di tende da cui sono partiti e partono ogni anno avventurieri alla caccia della più grande montagna della Terra. Tutti vogliono vederlo, chissà forse solo per sincerarsi che è vero, che esiste, non è una montatura pubblicitaria. Sono due parole che unite diventano leggendarie, al punto di non dover specificare nemmeno di quale montagna si tratti. Tutti vogliono vederlo, e tutti vogliono poter dire di esserci stati.

Riconosciamo alcuni volti noti: alla fine qui si reincrociano più o meno tutti. Per primo, riconosciamo la voce stridula del cinese che si incipriava il viso lungo la strada per Namche. Incontriamo l’indiano solitario di ieri, e naturalmente la coppia di olandesi sopravvissuta al Passo. Riconosco anche un altro paio di persone incontrate qua e là, e facciamo un brevissimo ma piacevole incontro con un tipo che viene da Frascati e gira per fatti suoi. Siamo i primi italiani che incontra.

Everest Base Camp
Il campo base, a inizio stagione

Ci siamo resi conto qualche sera fa, a Namche, che persino tra gli escursionisti c’è una sorta di gerarchia. Il gradino più basso spetta per certo a quelli che vengono per il Base Camp. Quelli che fanno i Tre Passi (come noi) già si distinguono. Poi ci sono quelli degni di particolare rispetto, che si avventurano sui 6mila. Per non parlare dei 7mila. Infine coloro che si puntano alla cima delle cime sono un gruppo a parte, ma è davvero troppo presto per loro. Degli Sherpa che si industriano in silenzio per preparare tutto, che per primi segnano la via, spesso più e più volte durante la loro vita, beh di loro ci si dimentica.

A proposito di loro, oggi ne abbiamo incrociato moltissimi. Avanzavano svelti, a piccoli passi, esili con delle enormi assi sulle spalle. Possono pesare 75kg come 90kg. Loro, con la loro corporatura minuta, non credo che arrivino a pesare 60kg.

Eccoci in posa per una foto con l’Himalaya sullo sfondo.
Foto di rito

Siamo saliti sul masso per la foto di rito. Abbiamo curiosato un po’ in giro. Ci sono già parecchie tende, ma arrivati a pieno regime arriveranno ad essere oltre 500. Adocchiamo un grande televisore protetto da una scatola, in seguito qui ci saranno anche Wi-Fi e docce calde. Come stona tutto questo.

I nostri occhi sono rapiti dalle Khumbu Falls, le cascate di ghiaccio leggendarie che gli scalatori devono affrontare per raggiungere il Campo 1. “Colpisci e sali! Colpisci e sali!”, torna in mente la frase del film che poi è un po’ diventato il nostro motto per incitarci nei momenti di particolare stanchezza. Cosa non daremmo per poterle toccare. Noi è questo che speravamo di vedere con i nostri occhi, anche se da lontano: il famoso EBC non esercita lo stesso fascino. Ad ognuno la sua fede.

Quando torniamo indietro il cielo si ingrigisce, occorre affrettare il passo. Cominciano i primi fiocchi e si alza il vento. Continuiamo a camminare, in fondo Gorak Shep è a breve distanza. Ma il meteo non è d’accordo con noi, e questa distanza la vuole decuplicare. In pochissimo tempo ci ritroviamo in mezzo a una tormenta, con le giacche chiuse fin sopra le labbra e il vento che ci sferza il viso prendendoci a schiaffi. Camminare diventa davvero faticoso, ma il rifugio è a pochi passi: ci accoglie con una calda tisana allo zenzero, mentre guardo la neve accumularsi fuori dalla finestra. Come al solito, scrivo dopo cena. Ho freddo e sento il viso accaldato, bruciato dal sole dei giorni passati. Mi accoccolo e chiudo gli occhi. Fuori sento il brusio, ma io sono qui al sicuro in un caldo abbraccio e mi sento protetta e felice.

3 responses to “Raggiungere l’Everest Base Camp (5364m) – Gorak Shep, Giorno 9”

  1. Molto bello come sempre

  2. […] 6 minuti Prima volta qui? Comincia dall’inizio del trek! Hai perso la puntata precedente? Vai al Giorno 9! […]

Tu che ne pensi?:)

Scopri di più da 2minetorno (e mo chi glielo dice a mamma?)

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