Namahage: mostri tra le foreste del Tohoku, in Giappone

Figure mascherate del Namahage illuminate da luce rossa all’interno di una casa tradizionale giapponese, durante una rappresentazione rituale con tamburo e costumi in paglia.
8–12 minuti

l pullman procede tranquillo in un panorama desolato, mentre tanti dubbi affollano la mente. Fuori è tutto grigio: piove e le colline sono spoglie e anche le abitazioni sembrano anonime, come se il grigiore si fosse appropriato di tutto, fuori e dentro. Abbiamo lasciato l’Hokkaido, un luminoso punto bianco nella memoria, per venire qui nel Tohoku: così si chiama la parte settentrionale dell’isola di Honshu, la più grande del Giappone (quella con Tokyo, Kyoto, Nara e compagnia). Abbiamo lasciato il grande Nord per rimanere lo stesso al Nord, ma questo ha un aspetto diverso, imbruttito. Collinare.

Il soggiorno poi sarà estremamente breve, il tempo di una festa: in un momento di totale follia abbiamo deciso di scappare dalle montagne innevate solo per venire a vedere una ricorrenza che si svolge poco lontano dalla città di Akita, nella penisola di Oga. Il Namahage: una rievocazione che promette di essere davvero molto suggestiva, e il fatto che per puro caso fosse materialmente possibile assistervi ha giustificato il fatto stesso di esserci andati.

Esserci andati, forse. Mentre sono sul pullman mi rendo conto che non faremo mai in tempo. I mezzi pubblici andavano prenotati prima, anche l’ingresso andava prenotato prima. Non ci sono collegamenti. Abbiamo lasciato Niseko, una rinomata località sciistica in Hokkaido, col pullman delle sette e dieci del mattino: tre pullman e un volo (in ritardo) dopo, mi rendo conto che probabilmente non se ne farà niente. Il mio umore è più abbacchiato del tempo fuori.

La macchina accosta, e il cuore comincia a rallentare. Non ci siamo sfracellati. Il tassista è completamente fuori di testa: non ci vede quasi più, corre come un pazzo con la sua vecchia macchina sulla neve che cade copiosa e brucia i semafori come se il rosso fosse un colore al di fuori della scala cromatica. La corsa, che è stata una corsa in tutti i sensi, è durata un’oretta: abbiamo raggiunto lo Shinzan Shrine, nelle montagne alle spalle di Oga. È calato il buio, fa freddo, il tempo è diventato ancora più fastidioso: cade incessantemente una neve umidiccia, mista a pioggia. Questo posto nella foresta è sperduto nel nulla, non c’è modo di tornare indietro se non riusciamo ad entrare. 

Seguo obbediente la folla, attenta a non scivolare sugli scalini innevati, mentre rigiro felice tra le mani lo strano biglietto di ingresso: un coltello intagliato nel legno. Siamo entrati. Il Namahage Sedo Festival ricorda a suo modo le ricorrenze che si tengono da noi in Europa in inverno, come le sfilate dei Krampus in Alto Adige. Anche in questo caso i protagonisti sono dei personaggi mascherati, che scendono simbolicamente dalle montagne i primi giorni di febbraio. Queste creature demoniache un po’ spaventano, un po’ proteggono: secondo la tradizione visitano le case durante il Capodanno e ammoniscono i bambini disobbedienti e in generale le persone pigre. Lo fanno in modo abbastanza cruento, in effetti: lo strano biglietto d’ingresso ne è la riprova. Le persone pigre anziché lavorare si scaldano vicino al fuoco, fino ad arrossarsi la pelle: la stessa che il Namahage gratterà via col suo minaccioso coltello. Questa descrizione (che trovo terrificante) è associata a delle figure che, non capisco come, sono considerate in modo tutto sommato benevolo. Come se scarnificare qualcuno fosse un simpatico scherzetto.

E così, eccoci qui. Per prima cosa, anche prima del fatidico momento dei biglietti, si passa dal Namahage Museum: bellissimo, sono esposti costumi di Namahage di più di 60 diverse località, nonché informazioni su questa tradizione. Passo tra queste curiose figure dalle facce minacciose intagliate nel legno, che mi guardano malevole con la lingua di fuori, gli occhi grandi e vestiti gonfi di paglia. Tutti brandiscono coltello e secchiello, per mettere dentro la mercanzia di pelle umana appena recisa. Li supero. Prima dell’uscita c’è un artigiano, chino sul suo lavoro. Circondato da trucioli di legno, sta finendo di intagliare un’ultima maschera.

Fuori il fiume di persone prosegue lento e ordinato, sale i gradini, passa il cancello di ingresso al tempio e si ferma a rendere omaggio: i fedeli tirano la corda, si inchinano e battono le mani seguendo il rituale. La neve è ovunque, così come la folla, e bisogna prestare molta attenzione a non scivolare. Superiamo il tempio, cercando di orientarci: non è semplice, c’è davvero tanta calca. Noto con un certo disappunto delle facce occidentali sparse in giro: per quanto pochi, sono sicuramente molti di più di quanto non mi aspettassi (vale a dire, nessuno). È un dato di fatto, ne sono convinta, che un’esperienza affascinante sia più affascinante quando sei l’unico a viverla. Probabilmente è un pensiero tanto odioso quanto vero. 

Il tempio si trova alle mie spalle e fronteggia un piccolo teatro, mentre da un lato c’è la montagna con la foresta e dall’altro i banchetti per il cibo. Al centro, una grande piazza con un falò. In un angolino c’è anche il banchetto per il sake: se si fa in tempo ad accaparrarselo, danno un bicchiere di legno da rifornire con la bevanda. Sarebbe un bel souvenir da riportare a casa, ma quando finalmente ci decideremo a passare di lì, i bicchieri (e credo anche il sake) saranno finiti da un pezzo. 

Sì, perché la serata nel frattempo va avanti. Si sente il rollìo di tamburi nell’aria, le persone si sospingono ai lati schiacciandosi come sardine. Lasciano un corridoio centrale libero: dal tempio arrivano i sacerdoti, accompagnati da musici. Uno, sembra il capo, è vestito di una tonaca rossa e si mette a fare le sue celebrazioni davanti a un banchetto allestito ai margini della piazza, vicino al tempio. Dietro di lui, ad assisterlo, altri due monaci vestiti di bianco. Li noto appena: c’è anche una sacerdotessa, che si trova più vicina al punto in cui mi sono messa e che per questo cattura la mia attenzione. Posso rubare dei primi piani in modo relativamente facile, nonostante tutte le persone intorno. È una ragazza giovane, potrebbe avere 25-30 anni al massimo, i lunghi capelli neri e lisci sono raccolti in una coda e indossa un copricapo dorato, che le sega il mento in modo molto fastidioso (o almeno così sembra a guardarla). È concentrata, mantiene un’espressione neutra davanti a sé. Quando gli altri hanno finito, arriva il suo turno: prima tira fuori un ventaglio, poi una specie di ornamento e infine una tela che piega danzando. Non ho idea di cosa rappresentino questi oggetti, ma è chiaro che hanno un importante valore simbolico. Infine, avvolta nel suo largo vestito bianco e dorato, esce di scena anche lei.

C’è un breve momento di pausa, ci avviciniamo ai banchetti del cibo. Gli addetti ai lavori, tutti con mascherine chirurgiche indosso, friggono, rimescolano, intingono e arrostiscono cibi misteriosi: uno somiglia a un gelato Magnum, ma sembra fatto di polenta. Lo assaggio, non è male anche se non saprei davvero dire cosa diavolo ho mangiato. E poi naturalmente sia io che Giorgio prendiamo del ramen per scaldarci, anche se il rischio di rovesciarselo addosso camminando sulla neve pesta e ghiacciata è altissimo. 

Nel frattempo, lo spettacolo prosegue. Siamo troppo lontani per riuscire a vedere bene, ma nella foresta dei giovani vestiti con i tradizionali vestiti di paglia stanno chiedendo la benedizione del sacerdote shintoista per  indossare le maschere da Namahage. La scena è proiettata su uno schermo al lato della piazza, un po’ come quando vengono trasmesse le partite di calcio. 

Poco dopo, il palco teatrale si accende. Va in onda un siparietto, ci sono un paio di tizi vestiti con i kimono, stanno parlando quando fa la sua comparsa un Namahage. Si alzano, ruotano intorno, parlano loro e parla il demone. Probabilmente stanno dicendo cose molto serie: ma a vedere il Namahage che brandisce minaccioso il coltello mentre quegli altri girano intorno al tavolo, mi viene da ridere. In qualche maniera mi ricorda quando da bambina scappavo intorno al tavolo per non farmi acchiappare, pena il dover trangugiare un maledetto antibiotico al sapore di banana (un gusto tanto improbabile, tanto spiacevole). Tale e quale. Solo che questi tizi parlano in modo buffo e c’è un demone lì a minacciarli. Credo.

Nella piazza nel frattempo c’è un gran tramestio: anche qui sono comparsi due demoni, uno rosso e uno blu. Non capisco se ballano, se si inseguono tra loro, se ce l’hanno con la folla o se è un misto di tutte e tre le cose. Oltretutto è anche difficilissimo vederli con chiarezza, ci sono davvero troppe persone davanti. 

Decido di rimanere nel punto che mi ero accaparrata, ai lati del teatro. Giorgio l’ho perso nella folla, spero che sia lui a ritrovarmi: anche se il codino biondo non dovrebbe essere troppo difficile da distinguere in questo marasma di capelli neri. Nel frattempo, le luci del teatro si riaccendono: ora però sembra di assistere a un concerto dei Kiss. Quello che succede sul palco principale, che mima una casa, non è chiaro: ma del resto questo secondo spettacolo deve essere stato pensato per quelli che come me sono rimasti in disparte, perché un Namahage si mette ai lati del palco e comincia a suonare un tamburo con fare minaccioso. Un altro alle sue spalle lo accompagna, e sulle loro maschere bianche sono disegnate delle smorfie. I lunghi capelli neri arruffati sono lasciati liberi, e si agitano in aria mentre una luce rossa accompagna lo strano concertino. Poi improvvisamente cala il buio.

Maschere dei Namahage durante una cerimonia tradizionale in un villaggio del Tohoku, Giappone

È il momento giusto per farsi largo tra la gente e raggiungere i piedi della montagna. È qui che prima si era messo il sacerdote, ed è da qui che passeranno quasi sicuramente. La festa è quasi finita, e io muoio dalla voglia di scattare una fotografia precisa. Si tratta solo di aspettare. 

E infatti, dopo un tempo che sembra infinito, col nevischio che non ha mai smesso di venir giù, ecco che gli alberi della foresta sopra di noi si illuminano al chiarore di una prima torcia. E poi di un’altra, e un’altra ancora. Infine, tutti i Namahage si affollano sulla collina tra gli alberi, si agitano e urlano guardandoci dall’alto. Sono lontani, e scompaiono alla vista. Ma poi, dopo un po’, rieccoli: scendono in fila indiana, ordinati per essere dei demoni urlanti, con le torce librate a mezz’aria. Spuntano dalla foresta uno dietro l’altro, come un incubo in sfilata. La sfilata che speravo di cogliere. E poi si mischiano tra la gente, ballano intorno al fuoco, urlano, cantano, sempre uno che segue l’altro, fanno un cerchio, e poi lo fanno ancora, e ancora. È il momento più emozionante della serata, sono così vicini, si avverte meno la distanza e la presenza di altre persone. Siamo tutti catturati dallo spettacolo che si svolge davanti ai nostri occhi e che, lo sappiamo, è prossimo alla fine. I mostri piano piano si incamminano per fare ritorno nei boschi, e non li vediamo più. La magia è finita.

Ora rimane solo la corsa, perché da questo posto umido, freddo e dimenticato da Dio tocca andarsene e non abbiamo pensato a niente: abbiamo solo intravisto dei pullman, che dovrebbero riportare a Oga (da lì ci sono dei treni che arrivano ad Akita, la città principale). Prima però lasciamo una piccola offerta: per il sake è tardi, ma l’offerta viene ricambiata con il dono di un Mochi bruciato. Non sono sicura che si mangi, ma nel dubbio lo assaggiamo lo stesso: è duro e sa solo di fuliggine.

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