Látrabjarg: viaggio nei Fiordi Occidentali

Latrabjarg: puffins
7–11 minuti

Látrabjarg. Un nome quasi pronunciabile, contrassegnato da una grande stella che fa bella mostra di sé sulla cartina che mi ostino ad aprire in continuazione. Sono rimasta negli anno ’90, o in qualunque passato abbastanza romantico da necessitare di cartine per orientarsi. Niente a che fare con l’efficienza asettica di Google Maps. Non che ce ne sia grande bisogno per questa destinazione: confinata all’estrema punta ovest dei Fiordi Occidentali, questo puntino sulla mappa si raggiunge tramite un’unica strada obbligata. 

Mi piacciono, le carte geografiche. Trasformano una sfilza di liste senza senso in terre, confini, posizioni. Mi piace percorrerle con le dita, accarezzando ogni bivio, ogni fiordo, ogni penisola. Mi piace che diano un senso più concreto della zona che si andrà ad esplorare, un primo assaggio con cui prendere dimestichezza. Mi piace che siano tangibili, mi piace come si dispiegano davanti ai nostri occhi, come si logorano con l’usura. Non si possono paragonare ai mezzi più moderni, ma conservano un fascino tutto loro.

Prendiamo l’Islanda, ad esempio. Reykjavík è lì, all’inizio di una piccola punta in basso a sinistra: la penisola di Reykjanes. Posso vedere come la strada 1 corre veloce sulla costa sud, con tutti i suoi noti punti panoramici, bordeggiando un paio di ghiacciai fino ad essere sormontata da una grande macchia bianca: il Vatnajökull, la calotta glaciale più grande d’Europa. Da questa sorta di immenso “cappello di ghiaccio” (in inglese si chiama proprio “ice cap”) dipartono delle lingue sottili: sono i ghiacciai, che i turisti si divertono a visitare, fotografare o scalare. Ma la strada 1 continua, seguendo le numerose indentature dei Fiordi Orientali, prima di piegare all’interno e attraversare il nord dell’isola. Le grandi penisole di questa zona vengono ignorate, se non nei punti di massima rientranza come in corrispondenza della cittadina di Akureyri, la “capitale del Nord”. Alla fine il cerchio si chiude, tornando verso la capitale, quella vera. All’interno, restano racchiuse tre grandi macchie glaciali: tra il Langjökull e Hofsjökull corre la meravigliosa F-35, il Vatnajökull invece è sormontato dall’ Ódáðahraun, uno sconfinato campo di lava. Ma a nord di Reykjavik rimangono due grandi esclusi da questo incredibile giro panoramico: la penisola di Snæfellsnes e soprattutto, come un artiglio che si stacca da tutto il resto, i remoti Fiordi Occidentali. 

Snæfellsnes è stata la prima tappa del viaggio: appena sfiorata, complice un maltempo davvero infido. Pioggia battente, vento costante ma soprattutto nuvole bassissime che nascondevano alla vista quasi ogni cosa: difficile approfittare di condizioni del genere. Ricordo la mattina di quando siamo andati via: una piccola colonia di foche grigie e foche comuni è adagiata sulla terraferma al ritirarsi della marea. Una piccola folla di curiosi tenta di avvicinarsi per rubare uno scatto, scivolando sui massi sdrucciolevoli ed alghe kelp. Piove incessantemente, ma la curiosità è tanta da farci poco caso. È la seconda volta che siamo qui in poco tempo: la marea sale e scende a ritmi vertiginosi, e la sera prima venire qui senza aver controllato le previsioni marine si è rivelato un buco nell’acqua. Le testoline delle foche erano piccole e lontane, si intravedevano a malapena: ma oggi eccole qui, a stiracchiarsi davanti ai nostri occhi. 

Eccola lì, a pochi scivolosissimi metri da me

Abbiamo lasciato le foche per stuzzicare uno spuntino improbabile: l’hákarl, la carne di squalo fermentata. La prima volta ne ho sentito parlare in un documentario: in una fattoria/museo viene descritta la storia di questo controverso piatto della tradizione islandese; alla fine della spiegazione, viene offerta una ciotola piena di piccoli assaggi. Sembra grana, fino a quando non lo si mette in bocca. Lo squalo groenlandese possiede carni tossiche per via dell’accumulo di sostanze che gli consentono di sopravvivere in acque fredde e profonde: solo un complesso processo di fermentazione ed essiccazione rende commestibili le sue carni, consumate di solito durante una festività di febbraio, il Þorrablót. Il museo è un luogo piuttosto semplice, accogliente: un grande stanzone ospita varia chincaglieria locale e la riproduzione di una vecchia nave usata per la caccia allo squalo, poco più di un semplice gozzo in realtà. Gli addetti del museo offrono una bella panoramica sulla tradizione di questo curioso piatto, e tengono a sottolineare come ormai la produzione derivi dai pochi esemplari catturati accidentalmente. 

La penisola è stata consacrata da Jules Verne come punto di accesso al centro della terra: l’abbiamo lasciata alle spalle senza esplorarne il famoso ghiacciaio Snæfellsjökull, i litorali frastagliati, lo scenografico monte Kirkjufell. Lasciata la costa di Arnarstapi ci siamo diretti a nord, seguendo nostro malgrado la strada più lunga: dalla cittadina di Stykkishólmur un traghetto taglia più rapidamente verso la destinazione finale, con una sosta all’isoletta di Flatey. Ma i traghetti, a differenza nostra, hanno orari prestabiliti.

Poco importa. Nei Fiordi Occidentali il tempo si è aperto insieme ai panorami, vasti e magnifici. Le pareti rocciose sono tranciate di netto, cadono perpendicolarmente al suolo per protendersi piano fino al mare. I colori sono vividi, cascate fanno capolino di continuo lungo la via, mentre il soffice mantello delle pecore sobbalza buffamente su e giù quando queste corrono via  veloci dalla strada. 

La costa dei Fiordi racchiude dei segreti bellissimi. Ci sono immense distese di sabbia dorata, che si rivelano al ritirarsi della marea. C’è acqua, dappertutto: ci sono sorgenti calde con piscine naturali (o meno) a filo d’acqua. Ci sono ruscelli, ci sono cascate scroscianti. Alcune sono più famose, come Dynjandi: una sera abbia cenato qui, verso le undici di sera, mentre il sole tingeva di rosso il fiordo alle nostre spalle. Altre invece non hanno un nome: capita che guidi tra le nuvole e all’improvviso, sul calare della giornata, ti ritrovi davanti a un’incredibile cascata doppia, che non viene menzionata su nessuna guida. Come se non fosse abbastanza stupefacente, o come se fosse un regalo tenuto in serbo proprio per quell’esatto momento. 

Alcuni segreti sono destinati, per me, a rimanere tali: come l’isola di Vigur, raggiungibile via kayak solo con un tempo clemente. O la penisola dell’Hornstrandir, all’estremo nord, dove tra le scogliere si possono avvistare volpi artiche. Alcune città sono fastidiosamente prese d’assalto da navi da crociera, e ce ne si allontana volentieri pur di lasciarsi indietro la calca che si ammassa in strada: è il caso di Ísafjördur, che probabilmente in altri contesti è davvero la cittadina di frontiera sbandierata sulle guide. Ci sono quelle soste di cui non sapevi di aver bisogno: come il museo della magia di Hólmavík, un nome inclemente per un piccolo ma interessante museo di folklore locale. O una piccola casa da tè trovata per caso lungo la costa, con le pareti in legno e il tetto di torba. 

E poi ci sono le scogliere di Látrabjarg. Per raggiungerle, si costeggiano baie luminose all’ombra di rocce affilate. Poi si scavalla un monte, guidando tra le nuvole e il muschio. La vista allora si apre: su di un lago, e subito sotto sulla costa. La strada scende ripida, fino ad infilarsi tra una manciata di case dietro una spiaggia. La sabbia qui è bianca, sembra aver sbagliato latitudine. La strada piena di buche va avanti, proseguendo fino a raggiungere un piccolo spiazzo: da qui, si prosegue a piedi. 

C’è un ottimo motivo per raggiungere questo luogo remoto, inondato dal sole del tramonto. Cartelli informativi all’inizio del percorso ne promettono l’incontro, ma vai a fidarti. Non c’erano a Runde, in Norvegia. E anche in Scozia erano già volati via. Titubante, ma speranzosa, mi incammino verso la salita. Altri curiosi salgono e scendono lungo lo stesso sentiero, chi con la macchina fotografica, chi armato solo di telefono. Tutti coperti, il vento si fa sentire e gela la testa. Si intravedono le ripide pareti rocciose, il prato finisce improvvisamente nel vuoto. Migliaia di uccelli nidificano qui: le pareti sono sporche del guano dei gabbiani, l’oceano più in basso è un turbinio d’ali. Un gruppetto di persone osserva contenta qualcosa, giusto oltre il bordo. Scattano foto, indicano. Mi avvicino. E all’improvviso, eccoli lì. Ad una manciata di metri, accovacciati tranquilli sul limitare dell’abisso. I piccoli puffins (in inglese), o lundi (in islandese), o fraterculae articae (in scientifichese). Le pulcinelle di mare, questi graziosi, buffi pennuti che passano più della metà dell’anno in mare e qualche mese in specifici punti della terraferma dove si ritrovano in intere colonie. L’Islanda ne è piena e dopo averli inseguiti in lungo e in largo li avrei rivisti ancora, a largo di Húsavík nel nord e ancora sull’isola di Heimaey a sud. 

Posso descriverne le dimensioni, poco più grandi di un piccione. Conosco le loro abitudini: vivono circa 25 anni, 20 dei quali li trascorrono con lo stesso partner. Il segreto della longevità della coppia sta nel passare circa sei mesi l’anno separati. Per un mese intero si occupano della prole, cacciando a turni e portando pesce fresco al singolo piccolino che concepiscono. Le loro tane, sempre le stesse, sono composte di più ambienti: scavate nel terreno, hanno persino il “bagno”. Non a caso, le colonie sono pulitissime, non come le rocce dei gabbiani insozzate di escrementi. So tante altre piccole curiosità su di loro: so che il becco scolorisce quando sono separati, e torna dei famosi colori brillanti ogni anno con l’avvicinarsi della stagione degli amori, come se si imbellettassero per la dolce metà dopo una lunga separazione. Quando si ritrovano, fanno una specie di piccola danza col becco: sembra si stiano facendo le coccole. So che sono abili nuotatori, capaci di raggiungere anche i 60m sott’acqua. So, anche se non sta scritto da nessuna parte, che sono silenziosi oltre che puliti: non si sente starnazzare dove si riuniscono, e se spaventati non attaccano: volano via, oppure si tuffano sott’acqua. Talvolta dalle scogliere si vede un movimento indistinto: tantissimi uccellini, tutti insieme, corrono e si lanciano verso l’oceano. Osservandoli, ho notato che anche quando pescano il pesce hanno un comportamento particolare: se lo tengono nel becco, continuano a disegnare ampi cerchi in volo con il loro bottino prima di posarsi a terra e anche lì, non si capisce che fanno: rimangono un tempo lunghissimo fermi, quasi a volersi far fotografare (in Faroese esiste addirittura un termine per le pulcinelle con i pesci nel becco: Sildberi). Magari sono orgogliosi della loro pesca, possono tenersi più di dieci pesciolini nei loro piccoli becchi colorati. So che si riuniscono in piccoli gruppetti di pochi individui, si chiamano “Circus”: mi sembra abbastanza azzeccato come nome, per un mucchio di pulcinelle. 

Tutto questo, posso scriverlo. Ma non posso descrivere quell’esatto momento in cui, sporgendomi, li ho visti per la prima volta.

5 risposte a “Látrabjarg: viaggio nei Fiordi Occidentali”

  1. che articolo ragazzi. Mi sembrava di essere lì. Per non parlare dei simpatici Puffin e delle loro abitudini. Brava Alice. Aspettiamo altre pubblicazioni

    1. Grazie ☺️🥰

  2. Articolo scritto con precisione geografica ma con una bellissima vena poetica ! brava Alice

    Alessandra

    1. Che bellissimo commento 🥰

Tu che ne pensi?:)

Scopri di più da 2minetorno (e mo chi glielo dice a mamma?)

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