È quasi finito l’anno, ma non mi interessa molto ripensare ai mesi passati o peggio pensare a quelli futuri: nel primo caso perché sono tarata da sempre sull’anno scolastico, per cui l’anno si considera da settembre a luglio, nel secondo caso perché con i pensieri ansiosi ci convivo già di base. In questo periodo di alcuni anni fa però feci un viaggio, di cui invece mi piacerebbe parlare un poco
Il viaggio era a Singapore, ed era il 28 dicembre 2019. Avevo lavorato il giorno di Natale e quelli appresso, ma in cambio avevo ottenuto cinque giorni liberi sotto Capodanno. Più che un viaggio la mia era una rivincita, perché non ha alcun senso usare così poco tempo per andare così lontano – nessuno sarebbe stato d’accordo su un’idea del genere (e con ragione), ma io non dovevo avere nessuno d’accordo con me. E questa era la mia rivincita. Così il 28 dicembre, il primo dei miei cinque fortunati giorni, mi sono imbarcata con un biglietto per l’Asia: un breve scalo in Germania, seguito da un volo interminabile, e poi l’aria umida di un paese tropicale.

Ci sono vari motivi per cui mi piacerebbe ripercorrere quei giorni, spero che ne venga fuori un racconto gradevole. Innanzitutto, sono partita da sola: vale a dire senza accompagnatori, amici, fidanzati, familiari o gruppi organizzati. Ho prenotato un volo e un letto in ostello, tutto lì. Dovrei dire un cubicolo in una camerata mista, per essere precisi: sotto le feste non è che ci sia troppa scelta, soprattutto se ti organizzi all’ultimo. Non ricordo di avere avuto un motivo particolare per scegliere Singapore, ma di sicuro essere lì era la scusa perfetta per rivedere una persona. Conobbi Cheryl una tiepida mattina di un anno prima a Nagano, in Giappone: andavamo tutte e due a vedere le scimmie di Jigokudani, famose per farsi caldi bagni termali mentre tutt’intorno nevica. Quando siamo arrivate le scimmie c’erano, le terme pure, la neve no: la primavera era arrivata in anticipo, e l’unico bianco era quello dei ciliegi in fiore. Ma magari ne parlerò meglio in un’altra occasione. Cheryl è una ragazza di Singapore, ha più o meno la mia età e da allora siamo sempre rimaste in contatto. Andavo da sola, ma essere lì era un’ottima occasione per rivedersi.

Ci sono tanti modi diversi di viaggiare, e tanti motivi per decidere di farlo da sola: la prima volta è stata una scoperta, una storia articolata e complessa che ha più senso essere raccontata altrove. Quando sono partita nel 2019 aveva il sapore di una rivincita, come ho già scritto. Poi è diventata una boccata d’aria, e infine più in generale qualcosa che semplicemente di tanto in tanto mi piace fare. Immagino che sia una declinazione del modo di essere di una persona, per cui non necessariamente un gusto dal sapore universale. E in base all’età, alla persona e all’esperienza, è una prospettiva che può anche spaventare: per i pericoli, per l’essere donna, per il semplice fatto di non trovarsi a proprio agio in questa situazione. E altri motivi che in questo momento non mi vengono in mente, ma tutti leciti. Io ricordo ad esempio una esplicita, quanto ridicola paura “sociale”: non stavo viaggiando, ero a Milano e dovevo solo andare a pranzo per conto mio. Il ristorante dall’altro lato della strada sembrava invitante, ma mi sembrava così inopportuno chiedere un tavolo solo per me. Oggi non saprei dirne di preciso il motivo: è ridicolo pensare “perché fa brutto”, ma all’epoca era una considerazione che aveva perfettamente senso. Per cui non giudico chi rimane perplesso di fronte alla prospettiva di partire in solitaria: ogni persona ha i suoi motivi, il suo percorso e la sua personalità, e ogni scelta è giusta per ogni persona.
Tornando a Singapore e alla mia breve permanenza, ero ben felice del mio cubicolo in ostello: una sistemazione economica che facilita incontri ed amicizie, in fondo anche io Cheryl ci eravamo conosciute così. Il mio ostello si trovava in Arab St: un nome suggestivo per la zona in cui mi trovavo, il quartiere musulmano della città chiamato Kampong Glam. La famosa città-stato è un agglomerato di quartieri dalla fortissima identità individuale, ammassati uno sull’altro senza mai lasciare però che la vicinanza li porti a confondersi o a mischiarsi con il vicino. I primissimi abitanti erano dei pescatori malesi: abitavano un villaggio che portava un altro nome. Il porto commerciale di Singapore è stato fondato solo nel 1819 da Sir Raffles della Compagnia delle Indie Orientali britannica: il nome mi è familiare solo perché il Raffles Hotel è consigliato sulle guide per bere il Singapore Sling, che pare sia stato inventato proprio in questo albergo. Durante la sua breve storia la città inglese è stata occupata dai giapponesi, per poi tornare inglese, quindi unirsi alla Malesia e infine negli anni ‘60 diventare finalmente una repubblica indipendente.

Ricordo la mia prima sera. Ho lasciato anzi lanciato lo zainetto sul letto e chiuso la tendina. La stanza, un po’ buia, ospitava altri cubicoli ma ora pareva deserta. Sono salita sul tetto, un altro spazio tutto per me. Da lì si vedeva bene la moschea illuminata risplendere nella notte. Sotto, il brusio dei passanti che si infilavano nei viottoli del quartiere, brulicanti di vita. Il vociare in sottofondo mi teneva compagnia. Mi sono distesa sulla sdraio, ho respirato a fondo e ho chiuso gli occhi. Era una bella sensazione. Ero lontana, ero sola ed ero libera.

Ci sono tre ricordi che vorrei esplorare di quel viaggio. Il primo ha un sapore buonissimo: quello del Barbecue Stingray. Quando arrivo al luogo dell’appuntamento Cheryl è già lì ad aspettarmi con un sorriso. Una luce al neon recita “East Coast Lagoon Food Village”. È calata la sera e non si riesce a vedere bene il luogo in cui ci troviamo, ma c’è un bel via vai di gente. Varchiamo la soglia di quella che mi pare una capanna, e ci troviamo all’interno di un grande spazio comune. Il perimetro sono una miriade di piccolissimi banchetti, uno accanto all’altro. Cucinano tutti qualcosa, ognuno con la sua specialità. Al centro della piazza ci sono dei lunghi tavoloni di legno, di quelli che si usano nelle fiere di paese. Intere famiglie li puntano e li occupano: è come se avessero deciso di fare il cenone di Natale fuori casa. E in ritardo, considerando che Natale è passato da qualche giorno. Gironzoliamo un po’ per il complesso, fino a trovare un piccolo tavolo sotto a un albero, perfetto per due persone. Cheryl mi fa cenno di sedermi e occupare il tavolo, lei andrà in giro a prendere un po’ di roba da mangiare. Dopo pochi minuti si materializza con due noci cocco, ognuna con una lunga cannuccia infilata all’interno. Poi sparisce di nuovo nella folla, la perdo e non riesco a ritrovarla con lo sguardo. Meno male che lei sa dove siamo, perché io non ne ho davvero idea. Passa un po’ di tempo, quando la vedo ricomparire con una serie di piatti. Li appoggia e ne va a prendere subito degli altri. La prima cosa che mangiamo è una frittata di ostriche: penso di aver capito male, ma mi conferma che l’usanza è proprio quella di friggerle con l’uovo a farne una frittata. Occhio, può non piacere – mi avverte. E in effetti non è proprio il mio piatto preferito, anche se lo mangio fino in fondo. Ho lasciato da parte un altro piatto. Non riesco a vederlo bene, nella penombra: capisco che qualcosa è adagiato sulla foglia di un banano. È una razza allo spiedo, mi spiega. Sopra c’è una salsina locale. L’assaggio, e sa di paradiso. Sa di assuefazione, di quando mentre stai mangiando già ne vuoi ancora. Penso che sia in assoluto uno dei miei piatti preferiti al mondo, e ironia della sorte non l’ho mai più mangiata dopo quella singola sera. La lascio lì, incontaminata nella memoria.
Il villaggio si trova nella parte sud-orientale della città: uscendo si può digerire i piatti di strada facendo una passeggiata lungo il fiume. Il mare. Lungo la costa, separata da altri edifici solo da un breve e trafficatissimo canale acquatico. Non saprei dire quante navi container ho visto sfilare davanti ai nostri occhi, mentre passeggiavamo lungo il prato. Abbiamo chiacchierato, chiacchierato un sacco. E mentre esaminavamo le nostre vite a vicenda, raccontandoci storie, problemi e dubbi irrisolti, ricordo di essermi sorpresa di come fosse così naturale ritrovarsi con una persona che in fondo viene da un mondo così distante dal mio. Eppure sembrava di parlare con una vicina di casa. Ed era tutto cominciato in un altro viaggio, in un altro stato, letteralmente in un altro tempo.

Il secondo ricordo ha un sapore acidognolo, di quelli che poi vuoi mangiare qualcos’altro per lavartelo via dalla bocca. Continuo a parlare di cibo, è curioso perché ho appena cenato. Vabbè, andiamo avanti. Come ho scritto, Singapore si compone di tanti quartieri, ognuno talmente diverso dall’altro da sembrare un paese a sé stante. Il più famoso è probabilmente Marina Bay: qui si trova il facoltoso Marina Bay Sands, un hotel di lusso che domina la scena. Si può salire sul rooftop per prendere un aperitivo con vista, e nella vista sono inclusi i ricchissimi clienti dell’albergo che si fanno incuranti il bagno in una stratosferica piscina a sfioro…sul nulla. Ammetto di averli guardati con invidia, sarebbe ipocrita dire diversamente. Dalla terrazza panoramica si vede bene il Gardens by the Bay, l’incredibile giardino botanico con le famose strutture alberate che si illuminano di notte. Probabilmente e con poca fantasia è uno dei miei giardini preferiti al mondo. Poco distante si trova il Merlion, la statua con la testa di leone e il corpo di pesce simbolo di Singapore: il nome e la rappresentazione fanno riferimento a quando la città era solo un villaggio di pescatori, ma anche a “Singapura” che in sanscrito vuol dire appunto “città del leone” (non che i leoni abbiano mai popolato la zona, per quanto se ne sappia). E considerata la dinamicità del luogo, immagino che nel frattempo si siano aggiunte diverse altre curiosità ed attrazioni. Ma non è di questo che voglio parlare.
Al Marina Bay il 31 dicembre 2019 hanno festeggiato l’anno nuovo con un impressionante spettacolo di luci e fuochi d’artificio. È stato il capodanno prima del covid, è vero, ma non è che se ne sentisse parlare granché allora: del resto sarebbe potuto essere il capodanno prima di qualsiasi cosa, o di nessuna in particolare. Cheryl mi aveva invitata a casa a festeggiare con il marito e altri amici, ma raggiungerla con i mezzi pubblici sarebbe stato impossibile quella sera, con tutto il traffico e i festeggiamenti. Così sono semplicemente rimasta in ostello, pensando che prima o poi qualcosa sarebbe saltato fuori.

E così puntualmente è stato. Gli inquilini degli altri cubicoli della camerata sono spuntati fuori dal nulla, radunandosi, presentandosi e formando rapidamente un gruppetto di persone pronte a uscire in piazza a festeggiare. Unirsi a loro e vagare insieme per le strade intasate della città fino a raggiungere Marina Bay è stato semplice e naturale. E amarostico, ma ci arrivo tra un momento. I festeggiamenti sono stati eccezionali, e tutti imperniati attorno all’albergo: prima un nuvola di droni si è alzata in volo, dipingendo nell’aria immense fantasie colorate. Non avevo mai visto nulla del genere, anche se adesso spettacoli simili vanno affermandosi sempre di più. Poi sono cominciati i fuochi, ed è stato lo spettacolo pirotecnico più magnificente che abbia mai visto. Scrivo in modo sensazionalistico: lo trovo fastidioso, ma in fondo rispecchia quella che è stata davvero una serata stupefacente.
C’è da chiedersi allora perché non ne conservi semplicemente un ricordo entusiasta. Vorrei intanto precisare che Capodanno per me ha lo stesso sapore di San Valentino, in particolare San Valentino quando tu hai 15 anni o giù di lì e il ragazzino che ti piace è innamorato di un’altra e tu sei solo un’entità invisibile che si sente miserabile. E sembra che beffardamente persino il calendario ci tenga a ricordatelo: improvvisamente ogni cuore, ogni cioccolato, ogni fiore sembrano palesarsi solo per prendersi gioco di te. Poi cresci: il ragazzino te lo sei scordato, e una festa così commerciale ti dà sui nervi. Stesso discorso per il 31 dicembre: all’obbligo sociale di festeggiare (posso vantare una serie di serate tristissime che avrebbe avuto molto più senso trascorrere diversamente), si è sostituito gradatamente un interesse piuttosto scarso verso la ricorrenza. È stuzzicante assistere a uno spettacolo ben fatto, ma niente di più. E poi come ho detto per me l’anno comincia a settembre e la pausa tra un anno e l’altro non dura l’arco di un brindisi ma si allunga su un mese intero, almeno concettualmente parlando.
Quindi mi trovavo a Singapore più che altro per caso, e per un senso di rivincita come ho detto. E per quanto fossi curiosa e soddisfatta dello spettacolo, di quella sera conservo un ricordo guastato. Il motivo è semplice: non ricordo nemmeno una faccia di quelle che erano con me. Non ero sola, ma nemmeno in compagnia: mi ero circondata da perfetti estranei con cui non si era creata nessuna sintonia. Palesemente erano tutti lì insieme solo perché non volevano stare soli. E in qualche modo ci ero finita in mezzo. Oggi penso che sarebbe stato meglio dileguarmi nella folla, ma si fa presto col senno del poi. Insomma in compagnia di amici o di sé stessi: ma ho imparato che è meglio tenersi alla larga dalle finte compagnie che servono solo a non stare soli. Tendono ad inquinare i ricordi con nomi e volti che somigliano a maschere vuote. Da accapponare la pelle.

Ma voglio arrivare al mio terzo, e ultimo ricordo: questo ha un sapore che mi piace molto, ed è il sapore delle stupidaggini. E di un’amica che ti strizza l’occhio mentre le fai. Quella mattina io e Cheryl ci eravamo date appuntamento come al solito ad un caffè vicino l’ostello. Avevo scovato per caso questo piccolo angolo di paradiso bighellonando nel quartiere, ed è rapidamente diventato il nostro ritrovo preferito. Abbiamo trascorso il tempo chiacchierando e passeggiando senza una meta precisa. Mi piace moltissimo passare del tempo con Cheryl. Ha un sorriso aperto, e gli occhi gentili. È molto cortese, ma allo stesso tempo ha un modo di parlare molto diretto. Quando parliamo, ogni argomento e ogni riflessione vengono fuori senza filtri, senza inutili attenuazioni. Persino nel raccontare i propri sbagli non si sente il bisogno di nascondersi dietro a scuse o bugie. Mi piace come ragiona: è come se seguisse le regole, ma si sentisse sempre un po’ come un pesce fuor d’acqua. Una volta me l’ha proprio detto, credo.
Quella mattina abbiamo preso un caffè, e poi un altro caffè. Continuando a camminare, siamo tornate più o meno in prossimità di Arab St. La strada è deliziosa, è piena di boutique e negozietti piccoli e curati. Lungo la via c’è anche un salone per capelli, di quelli puliti e luminosi. È qui che siamo entrate, in modo più o meno casuale. Al secondo caffè infatti mi era venuta in mente di tagliare i capelli: li portavo lunghissimi e li volevo provare cortissimi. E fin qui tutto sommato niente di eccezionale: ma una persona un po’ più giudiziosa avrebbe aspettato di andare dal parrucchiere di fiducia o perlomeno da uno che parlasse la sua lingua. Invece io sono partita per Singapore che sembravo Raperonzolo, e sono tornata cinque giorni dopo che sembravo un pulcino spelacchiato. Così, abbastanza a caso. Il ragazzo che mi tagliava i capelli parlava un inglese stentato con un forte accento mandarino ed era chiaramente perplesso dal taglio che gli stavo chiedendo. Immagino che li non si usi molto. Cheryl non ha osato niente di così drastico, ma per solidarietà si è fatta tagliare la frangetta. Anche quella ci mette parecchio a ricrescere.


Ed è così che questo racconto su Singapore volge al termine. Non mi sono proposta di descrivere le attrazioni della città, semplicemente perché non avrebbe avuto alcun senso farlo: è passato diverso tempo, le cose sicuramente sono cambiate e in ogni caso non mi ero promessa neanche allora di esplorare a fondo la città. Volevo più che altro esplorare me stessa. Certo, qualcosa ho visto: sono stata in giro per il quartiere indiano, ho passeggiato sia di giorno che di notte al Gardens by the Bay e all’orto botanico, e visitato qualche altro luogo oltre a quelli di cui ho accennato nel testo. Ma dopo un po’ i ricordi volano e restano le emozioni che lasciano impresse: e queste ho provato a ripercorrere, in un articolo che senza ombra di dubbio mi è venuto fuori assolutamente troppo lungo.
[Lascio qualche altra foto: la qualità è molto scarsa, ma lo scopo è solo quello di accompagnare i ricordi]









Tu che ne pensi?:)