Esercizio 4. Riprendete il viaggio in cui avete scritto nell’esercizio 3, (…) e ripensate al momento più emozionante o decisivo del pezzo. E allora come mai se chiudo gli occhi mi ritrovo lì. Il Sole mi acceca, mentre si avvia verso il tramonto. Il pacchetto di patatine è rimasto aperto sul grande tavolo di plastica, rovinato dal tempo. Di fronte, oltre la veranda, la strada ci separa da un pugno di piccole costruzioni. Oltre, il mare. Ed appare sconfinato. Se ne avverte distintamente la vastità nell’aria tersa e ancora carica di umidità dopo il temporale. Un nugolo di uccelli volteggia sopra la cima arroccata che ci sovrasta poco lontano, guardando dall’alto il minuscolo villaggio dei pescatori. The settlement, “l’insediamento” come hanno ribattezzato questa minuscola roccaforte di umanità in questo vasto oceano. La maggior parte della popolazione ha origine asiatica, frammista a qualche pallido discendente dei colonizzatori inglesi che si insediarono in Australia.
Perché siamo in Australia, ma solo su carta. L’isola di Natale, un sputo di terra sperduto nel mezzo dei mari australi, è più molto più vicino a Giava che a Perth. Ma la presenza dell’uomo qui è nuova e se ne avverte tutta la provvisorietà. E la schiacciante minoranza. Questo è il regno dei granchi, se ne contano a milioni sull’isola. La magia che prende vita al primo novilunio di ogni novembre ci ha condotti qui, così lontano da casa.

In questo remoto angolo del pianeta, i granchi rossi migrano dal centro alle coste dell’isola una volta l’anno. Depongono in mare le uova, poi tornano in massa al riparo nelle foreste. Un’ultima ondata migratoria avviene a distanza di qualche settimana, quando i piccoli seguono le orme dei loro genitori e tingono l’isola di rosso scarlatto in una processione che travolge e paralizza qualsiasi attività. Non si più guidare, durante la migrazione. Gli aerei non possono decollare. Anche camminare diventa un problema, quando il terreno sotto i tuoi piedi si muove in autonomia, sotto l’incessante ticchettio di miliardi di piccole chele infuocate.
Con il diradarsi dell’ondata migratoria, è di nuovo possibile avventurarsi cautamente in giro. Alcune carcasse rosse riposano disfatte sull’asfalto. Ma sebbene più numerosi e più famosi, i granchi rossi (Gecarcoidea natalis) non sono gli unici abitanti dell’isola: 20 specie differenti di granchi vivono qui. Al riparo sotto umidi tronchi si intravede il guizzo azzurrino dei granchi blu. In spiaggia granchi Grapsus tenuicrustatus scompaiono e ricompaiono qua e là, coprendo con un solo balzo la distanza tra masso e l’altro. Simili a giganteschi paguri variopinti, i maestosi granchi del cocco fanno la loro comparsa dietro alle intrigate radici degli alberi. Sui fusti, esemplari di sula piedirossi, sula fosca e sula di Abbott si riuniscono in grandi colonie. E poi ci sono le grandi fregate e piccoli, eleganti uccelli dalle lunge code sottili che ricordano a loro modo le sterne artiche (con cui non hanno niente a che fare). In acqua, in questo periodo dell’anno, nuotano squali balena: colgono l’occasione per un banchetto a base di prelibate uova di granchio. La natura lussureggiante di questa piccola isola permea ogni cosa, avvolgendo gli abitanti in luogo di cui chiaramente non sono i dominatori.

L’isola è abitata a malapena da centocinquat’anni: i navigatori l’hanno ignorata per secoli, pur conoscendone l’esistenza.
È il natale del 1643 quando questo remoto angolo di pianeta viene battezzato con il curioso nome che lo contraddistingue tuttora, ignaro delle tradizioni di un continente distante più di mezzo mondo da lui. E questo reciproco disinteresse sarebbe perdurato per secoli, fino a che qualcuno non scoprì che la piccola isola era ricca di fosfato. L’isola venne colonizzata dagli inglesi e cominciò uno sfruttamento intensivo delle cave. Durante la seconda guerra mondiale questa ricchezza minerale portò a una breve colonizzazione giapponese, fino alla sua attuale annessione all’Australia. Sulla piccola isola si trova anche un centro di detenzione di immigrati, protagonista in un recente passato di polemiche per le precarie condizioni umanitarie a cui erano costretti i detenuti. Sembra uno scherzo crudele, che questa sperduta dimora di curiosi, minuscoli abitanti possa essere allo stesso tempo un luogo così terribile.
Lontano dal famigerato lato nord-occidentale (dove si trova la colonia penale), la vita sull’isola viene scandita da ritmi semplici. La sera tornando a casa dall’unica strada possibile si passa per il Roundabout, una semplice rotonda circondata da lavagne (come quelle di scuola, sì) dove gli abitanti scrivono con gessetti colorati (come quelli di scuola, sì) messaggi disparati, da inviti a celebrazioni ad auguri di buon viaggio o buon compleanno. Il lunedì è la sera della “cena comune”, che riunisce la piccola comunità a cui ci siamo uniti per breve tempo: una tradizione quasi inevitabile, considerando che ogni punto di ristoro sull’isola è chiuso il lunedì sera. Anche nelle più innocue abitudini, come vedere un film, ci si ritrova catapultati nel passato: la scadente connessione internet dell’isola fa si che Netflix non funzioni molto bene, e così il sabato, ogni sabato, viene proiettato un film nel piccolo cinema all’aperto. Nulla di pretenzioso: qualche sedia e qualche banco, e un chiostro dove assicurarsi la cena a base di “fish&chips” per condire con gusto la visione del film.

e ripensate al momento più emozionante o decisivo del pezzo. Chiudo gli occhi, e il Sole torna ad accecarmi nel suo tramontare dietro l’orizzonte. L’aria è carica di umidità, ha appena piovuto. I colori sono vividi. Posso sentire lo stridìo degli uccelli in lontananza. E avvertire chiaramente quanto distante mi trovi da tutto ciò che conosco. Il momento più emozionante del pezzo per me è questo. Piccola, lontana, in un mondo nuovo e sconosciuto. Tutto da scoprire. Sconnessa e viva, trovando approdo sicuro in un lontano porto sperduto nel mezzo del nulla. Se il senso d’avventura ci spinge a viaggiare, allora non potrei avvertirlo in modo più distinto che in quel preciso istante.













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