Chiudi gli occhi. L’aereo accende roboante i motori. Dai, chiudi gli occhi. Accelera, schiacciandomi contro lo schienale, duro come una tavola di legno. Sento i punti sulla schiena pungere di dolore: mi hanno tolto un neo sospetto solo pochi giorni fa, questa sedia scomodissima non ci voleva proprio. Dai chiudi gli occhi, lo sai che poi non dormi. Noto con orrore che la vicina ha appoggiato il suo piede nudo sul bracciolo dello sventurato passeggero di fronte. Oddio, che schifo. Chiudi gli occhi, te ne prego. E vinta dal becero spettacolo appena offerto, li chiudo. La realtà a volte è più bella, dietro le palpebre serrate.
Li chiudo, si: ma non dormo. Dirigo deliberatamente la mia fantasia verso i ricordi più recenti, alla ricerca di un’ispirazione per scrivere. Trovarla è abbastanza semplice, in fondo ho in mente l’argomento sin dal momento in cui l’ho vissuto.

Speravo di assistere a delle réttir sin da quando ci siamo imbattuti nello strano recinto a ruota di carro quest’estate. Ma immagino che un minimo di contesto sia d’obbligo. Pochi mesi fa ho passato una decina di giorni in Islanda, scorrazzando qua e là a bordo di un vecchio Suzuki Jimny 4×4. Ora è settembre, e sono tornata sull’isola per pochi giorni: l’idea era di dedicarli tutti all’esplorazione delle tante meraviglie che offre la costa meridionale. Le cascate, naturalmente; ma anche i ghiacciai, le spiagge, i canyon e le aeree geotermali. Anche con poco tempo a disposizione e le pulcinelle ormai volate via, sapevo che rimaneva di che sbizzarrirsi. Con una bella dose di fortuna, la prima notte sull’isola ci ha regalato lo spettacolo di un’aurora danzante. Credo di non aver scritto questo termine per caso: per i nativi americani, immagino proprio per gli stessi Piedi Neri che vedevano il Cane-Orsa Maggiore ruotare attorno al proprio guinzaglio, le luci dell’aurora erano in effetti i loro stessi déi che danzavano in cielo. Per i cinesi invece si trattava di una lunga divinità-serpente con la testa umana; e credo che quasi tutti abbiano familiarità con il Bifrost e Asgard, o forse essere appassionata di film Marvel mi dà una falsa convinzione. Ad ogni modo, sto perdendo il filo del discorso. Non è dello spettacolo celeste che volevo parlare, ma di uno terreno che ha richiesto quasi altrettanta fortuna e certamente molta più determinazione. Le réttir.
Si ma il punto non è tanto cos’è, quanto piuttosto perché ci tenevi tanto. Cos’è, in due parole: è un raduno di pecore. I perché e i percome li dirò a breve. Perché ci tenessi tanto invece è una questione un po’ più scabrosa. Potrei fare la superiore dicendo che si tratta di un tipico, benché poco conosciuto, rituale islandese e che parteciparvi anche solo da spettatore fornisce uno spaccato sulla società locale che arricchisce chi ne fa esperienza, perché l’Islanda non è solo i suoi panorami, ma anche e soprattutto la gente che ci abita. Potrei essere franca, e ammettere che un’esperienza bella è più bella se sei l’unico straniero. E sarebbero vere entrambe le versioni. C’è anche qualcos’altro, ma ci arrivo tra un momento. Quel che è certo è che non ero qui per una connessione con la vita contadina: per me tra le pecore in mezzo ai prati e la ricotta del supermercato esiste un vuoto incolmabile, come se fossero due elementi alieni e non uno la diretta conseguenza dell’altro.
La prima volta che mi è giunta notizia di questa usanza ero a casa mia, in cucina. Cercavo informazioni sulle Highlands, i remoti entroterra islandesi: ho aperto il capitolo di una delle mie principali fonti di informazioni, il libro “Un italiano in Islanda”, alla speranzosa ricerca di ispirazione. Invece con una certa delusione mi sono ritrovata a leggere di come le pecore vengano lasciate libere di pascolare per tutta l’isola, durante i mesi estivi. Non hanno recinti né padroni, non conoscono costrizioni durante le lunghe giornate estive: tutta l’isola diventa il loro pascolo, e l’unico limite sono le loro stesse zampe. Con il sole, arriva la libertà; poi si avvicina l’autunno, e i fattori si organizzano per farle rientrare. Aiutati da amici e parenti, battono i quattro angoli dell’isola per cercarle e radunarle. Girando per l’isola si incontrano strane strutture che ricordano enormi ruote di bicicletta: ogni spicchio è dedicato a una specifica fattoria e durante le giornate delle réttir i capi vengono smistati e tornano alle fattorie di provenienza.
Piccolo salto in avanti, è luglio e la mia cucina custodisce il prezioso libro a qualche migliaio di km di distanza. È mattino presto, ma il sole brilla già alto. Non ci sono nuvole, l’aria è frizzante. Ci siamo svegliati di buon ora per percorrere la F-35, la sterrata che collega il nord con il sud dell’isola infilandosi tra due calotte glaciali.
– Aspetta, accosta un momento qui! – dico, eccitata. Proprio sotto di noi in un brillante prato verde, riconosco la recinzione di cui ho letto. La forma è inconfondibile, sembra davvero una grande ruota di bicicletta. Sono emozionata. Informazioni arrivate per caso mi permettono ora di leggere la realtà che mi circonda in un modo che altrimenti non potrei. Anche se questo rétt è in effetti solo uno scheletro vuoto di un qualcosa di cui conosco l’esistenza, ma che probabilmente non vedrò mai.

Apro gli occhi. L’aereo ormai vola alto in cielo. Gli altri passeggeri sono più snervanti della mia vicina. Dietro di me, lui cerca di rimorchiarsi una delle amiche tentando con gli approcci più banali. A un certo punto la conversazione prende una piega particolarmente fastidiosa.
– …e qual è il prossimo viaggio?
– Vietnam! , risponde pronta lei, come se i giorni appena trascorsi fossero stati archiviati nel momento stesso in cui ha messo piede sull’aereo. Come se non contassero già più nulla. Ma un viaggio non si esaurisce nei soli giorni passati fuori casa. Comincia molto, molto prima: e dovrebbe trascinarsi altrettanto dopo, concedendo di essere assaporato con calma in tutte le emozioni e meraviglie che ha regalato vivendolo. Altrimenti è solo un modo stupido di spuntare un nome da una lista.
Nella fila accanto le conversazioni non sono molto più emozionanti: due infermiere si lamentano di medici (i chirurghi) e anestesisti (considerati evidentemente una razza a parte). Il borbottio va avanti in modo incalzante: anche loro evidentemente hanno ormai archiviato la pratica. Si sale sull’aereo, si torna alla vita normale, il viaggio è finito. Non ci sono più luoghi remoti, spiagge infinite e il blu dei ghiacciai che si sciolgono ad affollare la mente. Tutto questo appartiene a una lontana terra ferma, che abbiamo lasciato parecchi metri al di sotto dei nostri piedi. Così in questo luogo di nessuno ecco che la realtà torna a materializzarsi prepotente: si parla di lavoro, specificatamente di ogni aspetto disturbante della vita di tutti i giorni.
Quanto a me, ho turno in sala operatoria proprio questo venerdì (…eh si, che combinazione!) e il lavoro mi diverte: ma non capisco perché una realtà dovrebbe essere più vera di un’altra, quando sono così tanto distante da qualsiasi terra. Qui sopra le nuvole è lecito scegliersi la terra che ci pare. Chiudo gli occhi.
Il parco Þingvellir si trova a relativamente breve distanza da Reykjavik ed essendo uno dei capisaldi del Circolo d’Oro è anche una delle zone più visitate del Paese. Venni qui per la prima volta un freddo inverno di alcuni anni fa, con mia mamma: un vento gelido ci congelava le mani, mentre un turbinio di ghiaccio e neve ci feriva la faccia. Per terra la neve calpestata si era indurita, diventando più scivolosa del ghiaccio. Dalla coltre immacolata spuntavano le nere pareti del canyon, che altro non sono se non i margini più superficiali della placca tettonica euroasiatica e nordamericana che ogni anno si allontanano di qualche mm (da 1 a 18mm, per i più minuziosi). Il tour prevedeva di camminare nel canyon, dove speravo di trovare un po’ di riparo dal freddo, e raggiungere l’ex parlamento Alþingi (il primo d’Europa, fondato intorno al 900 d.C.: ora ne rimangono solo le fondamenta, una bandiera e un cartello commemorativo); in lontananza avremmo intravisto Silfra, nelle cui limpide acque è possibile immergersi, a patto di pagare un incredibilione di dollari.
Solo il canyon mi permette di riconoscere questo posto, ora. Il caldo dell’estate ha sciolto tutta la neve e sembra di trovarsi in un’altra nazione. Qui vicino, ho il sospetto, si terranno delle réttir: ma è impossibile dirlo con certezza.
Ogni anno un quotidiano islandese indica il giorno, l’ora e il luogo dove si terrà lo smistamento. Risalire alla posizione esatta risulta tremendamente complesso: il nome non viene riconosciuto su Google Maps e anzi viene tradotto automaticamente dall’islandese all’italiano, per cui ci si ritrova a leggere dei “piatti dell’isola orientale” o della “corte sussidiaria di Vatnsdal”. La desinenza di una voce particolare di questa lista curiosa tradiva però la prossimità dell’evento, così con una certa speranza in fondo al cuore abbiamo cominciato a chiedere in giro.
Ed eccoci qui. Una deviazione da una piccola strada secondaria conduce a un raduno di macchine parcheggiate – e di pecore. Le pecore islandesi sono buffe, hanno un lungo pelo che sballonzola quando si muovono. Alcune hanno le corna, altre no. Sono state importate qui dai primi coloni norvegesi più di 1100 anni fa, e da allora non sono poi cambiate di molto.

Una ragazza raccomanda agli astanti di abbassarsi. Stanno radunando le pecore per procedere allo smistamento, e gli animali si spaventerebbero ad entrare in un recinto con una schiera di persone dietro ad aspettarle. Parla islandese, non ci sono stranieri qui a parte noi. Ubbidienti, ci chiniamo e sbirciamo da dietro la staccionata, rubando scatti e filmati. Le pecore avanzano compatte fino a riempire tutto lo spazio in un indistinto, enorme sbuffo di pelo soffice. Poi rapidissimi gli addetti allo smistamento le afferrano per le corna o per la pelliccia, leggono i cartellini identificativi e le portano ognuna al suo recinto. Quasi tutte si ribellano, si divincolano e prendono a testate i malcapitati, qualcuna prova a scappare e corre e salta come impazzita, senza trovare una via di fuga. In poco tempo gran parte del branco è stato smistato. Ormai siamo tutti in piedi: molti, soprattutto bambini, siedono a cavalcioni sulla staccionata. Adulti e piccini, anche sorprendentemente piccoli, scavalcano e si buttano curiosi nella mischia. Nessuno protesta, l’atmosfera è tranquilla e giocosa. Noi ci limitiamo rispettosamente a godere dello spettacolo in piedi dietro il recinto: siamo ospiti qui, e penso sia già un grande privilegio il semplice fatto di esserci. Non c’è davvero alcun bisogno di spingersi oltre – senza contare che trovo preoccupante la prospettiva di ritrovarsi tra pecore impazzite che prendono a testate la gente. Anche se l’unica che sembra condividere la mia preoccupazione è una bambina che piange disperata nel recinto, trascinata dentro contro la sua volontà da un genitore più spensierato di me. È un ricordo luminoso quello che sto vivendo, lettere su carta che hanno preso forma e sostanza attorno a me.
È questo, immagino, che sia il motivo per cui ero così ansiosa di parlare di questa vicenda. Ho visto parole su carta prendere vita come per magia, diventare ricordi, e poi ho provato a chiudere il cerchio riportandole sulla carta da cui erano partite.
Apro gli occhi. Li ho aperti da un po’, ormai. In fila, io e le mie vicine formiamo un bel terzetto. Una sferruzza a maglia. L’altra, quella coi piedi in libertà, disegna su un taccuino. Io scrivo. Silenziose, ci dedichiamo operosamente ai nostri passatempi mentre le chiassose persone intorno a noi parlano, si alzano, non si danno pace. Il tempo sembra scivolarci addosso mentre siamo assorte nei nostri lavori.


Tu che ne pensi?:)