Il vento soffia forte, ai piedi dell’Askja. La tenda sul tetto sbatte in continuazione, la macchina oscilla pericolosamente da una parte all’altra. Fa freddo, fuori. La cena è pronta sul letto: un paio di panini a testa, la cucina nello spartano rifugio ai piedi del vulcano è chiusa da ore. Non che ci si possa cucinare, ad ogni modo: un divieto in bella mostra sulla porta fuga ogni dubbio a riguardo.

Siamo arrivati tardi, ma le lunghe serate estive del nord del mondo giocano a nostro favore: è quasi mezzanotte, ma il cielo è ancora chiaro. Normalmente si impiegano 3 ore per raggiungere questo remoto angolo d’Islanda: questo, ammesso che non ci siano problemi, che non stia piovendo, che non si parta già stanchi dopo un’intensa giornata (questa storia delle giornate lunghe ci sta sfuggendo un po’ di mano). Arrivare fin qui è parte integrante dell’avventura: nessuna strada agevole conduce così lontano. Chi è dotato di una “super-jeep” (una volta sull’isola si capisce che non è un modo di dire) può percorrere la temibile F-88: a tutti gli altri non resta che affidarsi a costosi tour organizzati che durano 12 ore, oppure arrischiarsi sulla F905-910. Non mi sento di biasimare i primi.
Lasciata la famosa Ring-Road, si percorre agevolmente un primo tratto di strada sterrata che conduce al villaggio di Möðrudalur. A parte una chiesetta, un paio di casupole e un bell’albergo non c’è molto altro qui. I tetti sono in torba, l’interno in legno: entrare per una cioccolata calda dà un senso di protezione prima della partenza vera e propria.

La prima parte della F-road cammina in uno spettrale, interminabile deserto nero. Pare che Armstrong, Aldrin e Collins siano venuti da queste parti, prima del lancio per l’atterraggio sulla Luna. La pista si distingue a malapena da tutto il resto. Chiamano F-roads le strade degli altopiani: sono tutte sterrate, più o meno agibili, sempre chiuse in inverno. La F-905 si congiunge alla F-910, cartelli stradali nel mezzo del nulla segnalano il bivio. Controllo la mappa: una discrepanza su Google Maps indica che non abbiamo ancora lasciato la pista 905, ma non me ne preoccupo perché di fatto è evidente che seguiamo il percorso giusto. Si va avanti, di tanto in tanto incrociamo altre auto in senso contrario. Un guado. Poi un altro. Li preannunciano cartelli in cui si raccomanda di non superare i 5 km/h. Non sono problematici, ma pioviggina. Andiamo oltre: le mappe segnalano “First River crossing on F905”, da commenti di altri viaggiatori sappiamo che sulla strada si trovano due guadi più impegnativi. Il dettaglio, che non è un dettaglio, è che piove da un po’ di tempo ormai. Il fiume si è ingrossato, non si capisce come è il terreno sotto e l’unica cosa chiara è che per passare bisogna fare una curva proprio nel mezzo del letto del fiume. Non si vede più nessuno da un po’ ormai. Alla cieca, sicuramente nel modo più sbagliato possibile, la macchina entra in acqua. Il fiume deve essersi alzato di qualche centimetro, l’acqua si increspa formando piccole onde mentre il parafango viene sommerso. Per un attimo, solo per un istante, percepisco chiaramente che la macchina sta andando per conto suo. Se entra acqua e il motore frigge, nel mezzo del nulla, ci sarà da ridere. Senza contare che rompere la macchina attraversando un fiume decisamente non rientra nell’assicurazione. Ma che ci è saltato in testa. Potevamo tornare indietro e pazienza, mica si può vedere tutto. Ma poi l’attimo passa. E le ruote fanno di nuovo presa. In men che non si dica, lasciamo il fiume alle spalle. Davanti, la pista non vuole diminuire di intensità: ed è così che attraversiamo lunghe zone di sassi, scivoliamo su canali di sabbia e, passato il ponte che sancisce l’ingresso settentrionale al Parco Nazionale del Vatnajökull , la stessa strada in certi tratti sembra scomparire per sostituirsi a pura roccia. La pista gira intorno a un grosso rilievo roccioso, dirama una connessione per la F902, infine piega a sinistra ai piedi di un massiccio in cui si ricongiunge con la F88: sono gli ultimi chilometri di sassi e sabbia per raggiungere, sfiniti, il campeggio Draki.

E’ mattino, dopo una notte sostanzialmente insonne. Le raffiche di vento non accennano ad ammorbidirsi, ma il sole brilla alto. 8km di strada separano dalla caldera del vulcano: per raggiungere il tratto finale si attraversa un campo di lava coperto di neve e ghiaccio. Lasciata la macchina, si prosegue a piedi per un paio di chilometri. Nella caldera il bianco della neve si alterna con la polvere nera della lava, che in alcuni punti diventa rossastra come il fuoco. Qualche altro visitatore fa su e giù seguendo il sentiero di paletti: ma siamo in pochi, è troppo presto per l’arrivo di gruppi organizzati. La caldera principale si è formata dopo un’eruzione più di 10mila anni fa: si estende tutto intorno per 45 km2. All’interno di essa si trovano due laghi: il grande e gelido Öskjuvatn ha riempito con l’acqua l’enorme vuoto lasciato da una devastante eruzione del 1875, che è arrivata a toccare con i suoi detriti addirittura l’Europa continentale, devastando mezza isola. Accanto si trova il piccolo, lattiginoso Víti. Pare che ci si possa fare il bagno, sebbene la temperatura dell’acqua non sia molto calda: ma non si vede nessun sentiero, e il vento rende difficile anche camminare.
Si torna indietro: dopo una sbirciatina al canyon dietro al campeggio, è tempo di riaffrontare gli 88 maledetti chilometri per tornare al rifugio di partenza a Möðrudalur. Ma è ancora mattino, e il sole (per un po’) splende alto in cielo



















Tu che ne pensi?:)