
Chi
Coppia
Quanto
4 giorni circa
Quando
Agosto
Come
4×4 con tenda sul tetto
Deve essere un cucciolo di balena, altrimenti non riuscirebbe ad arrivare così vicino alla riva…guardate! Sta nuotando su un fianco!
La biologa marina a bordo del RIB a Húsavik
La costa settentrionale dell’Islanda è una regione di vulcani attivi, piscine termali e canyon di basalto. Un viaggio tra Húsavík, Mývatn e Hengifoss permette di scoprire alcuni dei paesaggi più spettacolari del Paese.
Indice
Muoversi
La Ring Road (o diramazioni asfaltate e ben accessibili) tocca tutti i punti di cui parla l’articolo. Muoversi risulta semplice e agevole: alcune destinazioni stupende come Aldeyarfoss si trovano di fatto nella zona settentrionale, ma siccome per raggiungerle occorre un mezzo 4×4 ho deciso di parlarne in un articolo dedicato, raggruppandole tutte insieme. Una piccola precisazione sulla mappa qui sopra: in bianco sono segnate le cittadine, in verde i numerosi punti di interesse naturalistici e infine in blu un accenno a luoghi che non ho avuto modo di visitare personalmente ma che mi ero appuntata. Mi sembra banale scriverlo, ma preferisco ripetermi: quello che riporto in seguito sono solo i punti che visitato personalmente o di cui avevo preso nota – è naturale che siano informazioni solo parziali, e che quello che mi è sfuggito supera di gran lunga ciò di cui ho notizia.

La zona
Lasciata alle spalle la zona dei Fiordi Occidentali, si ritorna sulla Strada 1. Si incontrano in rapida successione tre penisole: Vatnsnes, Skagi e Trollaskagi. A ridosso della prima, nell’entroterra, si può raggiungere il canyon Kolugliúfur. Superata la terza penisola, si raggiunge la cittadina di Akureyri (la “capitale del Nord”). Procedendo in direzione est si incontrano le cascate di Godafoss e la regione del lago Myvatn, salendo di una cinquantina di km si raggiunge Húsavik, dove è possibile imbarcarsi per una battuta di whale-watching: tutte zone che si trovano a circa 1h da Akureyri e che sono relativamente poco distanti tra loro. Poco lontano, le cascate Dettifoss lasciano fotografare la loro immensa portata d’acqua, la più grande d’Europa. Bisogna infine spostarsi molto più a est, superando il desolato deserto di Modrudalur (da qui si imboccano le deviazioni interne per il vulcano Askja), per raggiungere due interessanti tappe: il canyon basaltico di Studlagil e le spettacolari cascate Hengifoss.
La costa settentrionale
Kolugliúfur canyon
Guardando la cartina, la costa segue la penisola di Vatnsnes. Qui mi ero appuntata solo due punti di interesse: il faraglione Hvítserkur e Illugastadir, un punto di osservazione di foche.
Al contrario, superata da poco Laugarbakki, abbiamo preso la via dell’entroterra imboccando la strada 715 per raggiungere il Kolugliúfur canyon. La strada corre per 6km su un terreno non asfaltato, ma in una decina di minuti conduce anche macchine senza 4×4 fino a questo canyon nascosto. Non so dire quanto sia famoso, ma quando siamo arrivati eravamo solo noi e un camper che stava andando via. Vale la pena deviare? Secondo me sì, anche se il canyon si apprezza meglio dagli occhi volanti di un drone. A piedi tuttavia si può esplorare da vicino la zona dei salti delle cascate e, per quel che è stata la mia fortunata esperienza, in solitudine. La leggenda narra che il canyon fosse la dimora di una troll, e in effetti è facile sentirsi trasportati in un mondo di leggende e fantasie.

La città di Akureyri
È abbastanza pretenzioso da parte mia voler parlare della città di Akureyri, la “capitale del Nord”. Io l’ho vista solo con gli occhi sbrigativi di un passante: a parte i semafori a forma di cuore (dal 2008 la luce di molti semafori si illumina di un cuore rosso, una sorta di pensiero gentile rivolto alla popolazione sconfortata per via della crisi economica), ho notato solo ciò che mi interessava notare – vale a dire che è un buon punto per fare approvvigionamento di beni di necessità, in mezzo a tanto nulla. Ci sono negozi per tutte le esigenze, inclusi naturalmente quelli dedicati alla vita da campeggio.

Avendone avuto il tempo, mi sarebbe piaciuto passeggiare per il giardino botanico Lystigardurinn. Avendo avuto più soldi, mi sarei rilassata nel complesso termale Forest Lagoon: dalle foto mi sembrava più esclusivo della famosissima Blue Lagoon. Fossi stata qui in inverno, avrei provato le piste del comprensorio sciistico Hlídarfjall.
Invece non trovandoci in nessuna di queste situazioni, ci siamo messi un costume e abbiamo raggiunto Foss. L’acqua scende calda lungo il fiordo antistante la città, fino a tuffarsi in mare con una cascata. Fare il bagno qui è gratuito, la vasca naturale è proprio sopra la cascata. L’acqua non è fredda, ma neanche bollente: le vasche più a monte sono meno scenografiche ma più confortevoli. Credevo che questo luogo fosse assolutamente sconosciuto, invece non è così: un via vai di curiosi toglie all’esperienza l’illusione di aver trovato un luogo segreto, ma il luogo di per sé è assolutamente affascinante.

Le cascate: Godafoss, Aldeyarfoss e Dettifoss
Dettifoss è un’imponente cascata di 44m, con la maggiore portata d’acqua di tutta Europa. Ma non è una cascata che ho visto di persona, quindi non vado oltre.
Godafoss è la famosa “cascata degli dèi”, un ferro di cavallo praticamente attaccato alla Ring Road sempre pieno di gente e tour organizzati. Nell’anno Mille l’Islanda si è dichiarata Paese cristiano: in questa cascata sono state gettate le statue delle divinità pagane, e di qui il nome.
Da Godafoss una strada sterrata che infine imbocca la F26 conduce ad Aldeyjarfoss: questa sì che è una cascata davvero spettacolare. Ma per arrivarci bisogna avere un mezzo a trazione integrale, per cui ne parlerò nell’articolo dedicato agli altopiani e alle meraviglie che nascondono.

La città delle balene: Húsavik
Húsavik è stata fondata prima ancora di Reykjavík ed è il centro abitato più a nord del Paese: ma la gente viene qui per le balene, che sguazzano nelle acque del fiordo prospiciente nei mesi estivi. Così abbiamo fatto anche noi: i tour partono tutto il giorno, la sera però c’è meno folla. Sotto alla tuta termica fornita appositamente dall’agenzia, indossavo un pesante maglione islandese e una tuta di pile, oltre che guanti e cappello: e meno male, altrimenti avrei avuto freddo. Il giro in barca dura qualche ora e a seconda dell’agenzia si può optare per la barca, per un RIB (un gommone attrezzato: più veloce e con gruppi più piccoli) o per una goletta d’epoca. Dopo una sosta sotto l’isola di Lundey (ribattezzata “Puffin Island” a beneficio dei turisti), si va in cerca di cetacei.

Come al solito, c’è una discrepanza tra quel che avrei voluto vedere e il nostro essere perennemente in ritardo. Arrivando prima e avendo un po’ di tempo da perdere però si può visitare al porto il Whale Museum, curiosare nella casa della cultura Safnahúsid dedicata alla storia del posto oppure nell’Exploration Museum dove si parla dell’approdo in Islanda, di spedizioni polari e perfino della missione sulla Luna (non è inappropriato, considerando che Armstrong e compagni hanno fatto un ritiro vicino l’Askja per prepararsi alla partenza). Guidando da sud si può visitare il museo-fattoria di Grenjadarstadur, proseguendo di poco a nord ci si può rilassare a pagamento nella pazzesca GeoSea; bighellonando in paese invece si possono fare due passi nei giardini Skrúdgardur. Insomma un po’ di alternative volendo ci sono, ovviamente per me restano solo su carta. Naturalmente ci sono anche le chiese delle varie città, forse si nota che continuo a lasciarle fuori: ma del resto non mi piace la cultura del “pellegrinaggio in chiesa”, quando non vado a messa neanche a Natale. Quindi quando consiglio una chiesa è perché mi ha davvero colpita, non perché viene nominata in qualche guida: quelle, non me le appunto neanche.

La zona del lago Myvatn
La regione intorno al lago Myvatn è ricchissima di punti interessanti, descritti in maniera molto più dettagliata e approfondita di quanto possa fare io qui: per questo mi limiterò ad accennarli, parlando di ciò che ho visto.
Il primo punto che abbiamo visitato sono gli pseudocrateri di Skútustadagígar: ci si può passeggiare sopra seguendo un percorso segnalato, anche se sicuramente è la vista dall’alto di questi numerosi, piccoli coni ricoperti d’erba aggettanti nel lago a risultare più affascinante.

Risalendo il lago sul lato orientale, si può passeggiare nella zona di Höfdi: il sentiero che bordeggia il lago attraversa pilastri di lava che per me sono stati più spettacolari nella descrizione che nella realtà. Dall’altro lato della strada si trova il famoso campo di Dimmuborgir, che nomino solo perché mi sembrerebbe ingiusto non farlo: ci sono tanti sentieri che si inoltrano tra roccia e vegetazione, ma non ci sono stata.
Viceversa, risalendo ancora il lago la tappa successiva è stata il cratere Hverfjall. Si lascia la macchina a un parcheggio a pagamento (la strada per raggiungerlo non è asfaltata, ma assolutamente praticabile) e ci si incammina insieme ad altri turisti (niente in questa zona è particolarmente segreto), fino a raggiungere il bordo del cratere. La vista è magnifica, il pietrisco modella le forme ingentilendole, tanto che l’interno sembra disegnato.

Poco distante si trovano due grotte, dove probabilmente non tornerei. La prima è Grjótagjá, dove è stata girata una scena del Trono di Spade: ampia e scenografica, è insopportabilmente presa d’assalto dai turisti. Si fa fatica a scendere e risalire per l’ingorgo, per intendersi. La seconda è più nascosta, effettivamente l’unico punto della zona in cui respirare un po’: si tratta di Stóragjá, una sorta di spaccatura nella parete da cui trapela l’azzurro di un laghetto in cui è possibile fare il bagno. C’è una corda lasciata apposta per chi vuole immergersi in queste tiepide acque a 28°C. Quindi perché non tornarci, almeno qui? Nell’acqua ci sono alghe che infettano le ferite, ma quello che mi ha davvero disturbato era un aspetto generalmente malsano del posto, con l’acqua stagnate al punto da vedere bene i depositi sulla sua superficie.

È stato un peccato, ma non ho partecipato al tour per visitare Lofthellir: un’escursione a una grotta lavica con stalattiti di ghiaccio. Il tour è obbligatorio perché si accede a un terreno privato. Ho trovato questo video che spiega perché fossi affascinata all’idea di visitarla molto meglio di quanto possa fare io.
Infine, e con questo ho concluso davvero, il Sigurgeir’s Bird Museum sulla sponda occidentale del lago. Per gli uccelli? Non proprio. Per l’architettura? Ni. Per le alghe Marimo, esposte (pare) all’interno del museo. Queste piccole alghe di forma sferica si trovano solo in due laghi al mondo: quello di Akan in Giappone, e qui. Ho visitato il primo, riportando con me un esemplare di questa piccola alga, il cui nome è legato a una leggenda Ainu (il popolo che tradizionalmente abita quella zona del Giappone, la regione dell’Hokkaido). Qui l’alga ha un altro nome, kúluskítur: il nome dato generalmente alle erbacce impigliate nelle reti da pesca.

Verso il vulcano Krafla
Lasciato il lago Myvatn alle spalle, il primo punto di interesse che si incrocia lungo la via è il campo geotermale Hverir. Per visitarlo si lascia l’auto in un costoso parcheggio a pagamento, dopodiché si esplora la zona a piedi tra fumarole e fanghi ribollenti con la compagnia di diversi altri turisti. Il luogo di per sé è curioso, ma la mia controversa opinione è che tanto vale proseguire oltre.

Questo, perché in appena dieci minuti di auto si raggiunge una zona a mio parere più interessante: quella del vulcano Krafla. Per prima cosa si incontra il campo di lava Leirhnjúkur, una zona affascinante che si inoltra in un paesaggio surreale, dove l’ocra, il bianco, il giallo della terra si mischiano e si confondono tra di loro, per poi sfociare in un grande campo di lava nero in fondo al quale troneggia un ben definito cono vulcanico.

Poco lontano, fa bella mostra di sé il lago azzurro-verde all’interno del cratere Víti (lo stesso nome lo ha anche un cratere del vulcano Askja, da tutt’altra parte). Il parcheggio praticamente finisce sull’orlo del cratere.


La strada che riporta indietro verso il lago Myvatn incontra prima una centrale elettrica e quindi una doccia calda a bordo strada, utilizzabile …scenografico, ma penso solo questo. Una curiosità abbastanza fine a se stessa. Infine ci sono i Mývatn Nature Baths, che sembrano la Blue Lagoon in trasferta. Meno famosi di quest’ultima, immagino siano ugualmente presi d’assalto: ma non parlo per esperienza perché non ci sono stata.

A est: la cascata Hengifoss
Generalmente questa parte viene inclusa nell’Islanda orientale: l’ho inserita qui semplicemente perché mi sembrava sciocco dedicare un capitolo a questa parte dell’isola, avendola a malapena sfiorata. La spettacolare cascata Hengifoss si trova nella zona del grande lago glaciale Lagarfljót: per raggiungerla basta seguire un sentiero che dalla strada si inerpica per più di un’ora in salita, fino a toccare i piedi della cascata. La terza cascata più alta d’Islanda, con 128m di altezza, lascia sbalorditi: l’acqua si tuffa cadendo dalla roccia nera, graffiata da segni orizzontali rosso sangue.


Lungo la salita per raggiungere il salto principale ci si imbatte anche in una cascata secondaria, Litlanesfoss. Piccola nota: una volta parcheggiato, guardando il monte, occorre prendere il sentiero panoramico a sinistra: si sale anche da destra, ma così facendo non si arriva ai piedi della cascata.

Il canyon Studlagil
Uno dei punti più fotografati d’Islanda non viene curiosamente nominato sulle guide: è diventato famoso solo nel 2017, dopo una fortunata inserzione su una rivista. Pochi anni prima la costruzione di una diga aveva fatto scendere il livello dell’acqua del fiume glaciale che lo percorre, permettendo alle formazioni basaltiche di emergere in questo scenografico canyon dalle acque turchesi.

Sebbene sia possibile accostarsi al canyon su entrambe i lati, conviene attraversare il ponte sul fiume e raggiungere il parcheggio, per poi proseguire a piedi: il lato opposto infatti offre solo una scalinata con vista sui visitatori che si stanno godendo la gita in modo più divertente. Sempre da un punto di vista logistico, conviene venire qui prima di fine estate: dopo le acque del fiume si riempiono di sedimenti e assumono un triste colorito grigiastro.
Sicuramente non è più una perla nascosta, ma è una sosta per cui vale davvero la pena. Le colonne esagonali vanno avanti oltre lo sguardo, mentre ci si arrampica tra una e l’altra. Il colore dell’acqua è davvero come quello che appare in foto. La passeggiata per raggiungere le sponde del fiume è gradevole. Se pure c’è qualche altro turista, pazienza.

Breve accenno a quello che ho appuntato, ma non ho visitato
Tra le penisole di Skagi e Tröllaskagi avevo segnato parecchie soste possibili. A cominciare dall’isola di Drangey: questo minuscolo isolotto con pareti a picco è raggiungibile solo con un tour di mezza giornata (qui il link al tour operator, che si trova a Sauðárkrókur). Le foto di puffins e panorami mi avevano convinta che fosse una buona tappa da inserire.
Seguendo il profilo del fiordo, avevo segnato tre possibili sorgenti termali in cui fare un bagno caldo: Grettislaug, Fosslaug e Hosfós Sundlaug.
Andiamo avanti, superiamo Akureyri e portiamoci più a nord di Húsavik. Molto più a nord, oltre il circolo polare artico: sull’isola di Grímsey. Non ci siamo andati, troppo difficile includerlo nel nostro giro: ma vedendo questo video di HumanSafari, forse non ci sono neanche rimasta troppo male di essermela persa.
Ultimo appunto, Borgarfjarbarhofn: ho solo adocchiato il cartello per strada, con l’immagine di un puffin affianco.


Tu che ne pensi?:)