Seduta nella tenda sul tetto, mi guardo intorno. La base del letto è quasi pronta: manca solo il terzo telo di plastica da inserire. Metodicamente, ogni sera, srotolo tre grandi sacchi di plastica neri e li uso per ricoprire il materasso. Si, dormiamo sulle buste dell’immondizia.

È successo tutto la prima sera, quando sono stati commessi tutti gli errori, tutti insieme. Una situazione facilmente prevedibile, tra l’altro: e tutto sommato anche fortunata, perché non è stato troppo complesso porvi rimedio. Ci siamo trovati in posti più sperduti, dopo, e allora sì che sarebbe stato problematico inventarsi qualcosa. Ma cominciamo dall’inizio.


Abbiamo noleggiato un vecchio (vecchissimo) Suzuki Jimny, che oltre all’economicità ha il grande pregio della trazione integrale. In Islanda le piste interne sono aperte solo in estate e solo ai 4×4, ed è un peccato non approfittare dell’occasione. Il veicolo è piccolo e vecchio: le poche cose che ci siamo portati dietro sono incastrate una sull’altra e alla fine di ogni giornata è praticamente impossibile non ritrovarsi a smadonnare, perché puntualmente quello che cerchi è sommerso sotto un mucchio di altra roba. Dai vetri vediamo male: l’umidità passa in un attimo e appanna i finestrini, per cui per usare gli specchietti bisogna sempre arrangiarsi un po’. Complice l’età del mezzo e i forti venti, abbassare e alzare i finestrini è un azzardo: tremolano pericolosamente e ritrovarci col finestrino rotto incastrato a metà è davvero un’evenienza poco auspicabile in queste condizioni.

E poi veniamo al sopra. Per dormire c’è una tenda sul tetto, datata come tutto il resto: non è ancora stracciata, ma i segni dell’usura sono ben evidenti guardandola in controluce, con numerose zone minacciosamente più trasparenti di altre, dove il tessuto è prossimo a cedere. Quando piove, e piove quasi ogni notte, le pareti interne si bagnano. Quando soffia il vento, e lo fa quasi ogni notte, sbattono furiosamente. Proprio per questo motivo ci hanno spiegato di avere l’accortezza di parcheggiare sempre in direzione del vento: la sera abbiamo ideato una piccola astuzia per essere più sicuri, prendiamo un fazzoletto (un pezzetto di carta igienica, in effetti) e lasciamo che ci mostri la direzione giusta. A volte, come sotto l’Askja, questo non basta: quando infuriano le raffiche di vento forte tutto sbatte e oscilla, ed è impossibile riuscire a riposare sereni. Pensieri e preoccupazioni si affollano nella testa, e per quanto si sia stanchi si attende l’alba con ansia.

La prima sera abbiamo sbagliato tutto, come dicevo. Pioveva e non ci siamo preoccupati di proteggerci dall’acqua. Soffiava il vento, e non gli abbiamo dato peso: abbiamo semplicemente buttato la macchina a caso nel primo posto libero del campeggio. Non si può fare campeggio libero in Islanda, ma per poco più di 15 euro a testa si ha un posto sul prato, un bagno, una cucina al coperto e soprattutto delle prese elettriche per ricaricare powerbank e cellulari. Una soluzione tutto sommato ragionevole.

La nostra superficialità ha richiesto il suo prezzo: il materasso completamente zuppo, col sacco a pelo bagnato in diversi punti. Eravamo ad Arnarstapi: l’agglomerato di case che Jules Verne aveva preso in prestito per far dormire i suoi prima di spedirli al centro della terra. Si trova nella penisola di Snæfellsness, lungo la costa occidentale: c’è davvero molto da esplorare qui, ma andrei fuori tema. Oggi ho deciso di concentrarmi sulle sventure e gli inghippi e in generale sulla vita da strada della mia esperienza islandese, forse anche solo per ricordarmi che l’esperienza non è solo nelle foto patinate di fine vacanza – e che per qualche vena masochista che mi scorre dentro, in qualche modo tutti questi disagi li apprezzo, pur detestandoli.
Come dicevo, la penisola di Snæfellsness è magnifica – ma non pullula esattamente di grandi centri abitati dove fare shopping per rimediare a ogni danno. Non che abbiamo tutti questi soldi da buttare, in ogni caso. Da lì il semplice, ma efficace rimedio al bagnato: i tre grandi sacchi dell’immondizia che dispiego ogni sera e ripongo via ogni mattina. Nel farlo, impreco quasi tutti i giorni: la ferita al dito che mi sono fatta pochi giorni addietro sull’indice si riapre ogni volta che incastro i maledetti teli tra la tenda e il materasso, ogni santo giorno qualche pezzo di metallo sfrega violentemente e io mi maledico. Potrei metterci un cerotto, ma a che pro? Salterebbe dopo mezzo secondo sotto l’acqua, sarebbe solo un fastidioso impedimento.

Perché almeno i cerotti abbiamo pensato a portarli dietro. La borsa dei farmaci, con la scusa di andare in un posto civile, è ridotta davvero al minimo: a parte i cerotti (appunto), solo oki in quantità e una pomata per punture di insetti. Una cosa che sarebbe tornata utile, come avremmo realizzato a mie spese poco tempo dopo, sarebbe stata un po’ di amuchina. Quegli stupidi barattolini di gel per le mani che nella mia mente relego ad esclusivo uso degli ipocondriaci (consapevolmente mi rendo conto che non è così: ma altrettanto consapevolmente sono cosciente dei limiti dei miei pregiudizi).

La cosa è andata così. La costa meridionale dei fiordi occidentali ospita l’incredibile spiaggia di Rauðisandur (e altre, se è per questo). Una vasta distesa di sabbia dorata che si apre verso il mare aperto, rivelandosi piano piano con la forte marea, che ritirandosi ne svela le imponenti dimensioni. La baia è protetta alle sue spalle da imponenti pareti verticali, alle pendici il colore verde dei prati è troppo saturo per sembrare vero. In questo luogo incantato nidificano tanti uccelli, nascosti e protetti dall’erba alta. È possibile fare lunghe passeggiate, in sentieri già tracciati dal passaggio di altri. È anche possibile che capiti di mantenersi sul percorso, ma di passare ciononostante troppo vicino al nido di qualche sterna artica. Si tratta di uccelli bellissimi, non più grandi di un piccione, dal piumaggio e dalle forme raffinati ed eleganti, con la coda che graziosamente si divide in due. Sono piccole, ma agguerrite: una non ha gradito il passaggio, probabilmente troppo vicino al suo nido, e mi ha picchiato in testa. Fa quasi ridere a dirlo, ma lì per lì mi sono ritrovata con la faccia imbrattata di sangue. Il maledetto pennuto continuava a volteggiare intorno nonostante correndo mi fossi ormai portata ben lontana dal punto iniziale. Col sangue tra dita (è incredibile quanto possa sanguinare una piccola ferita alla testa) ho pensato che un po’ di disinfettate dietro non sarebbe stato male, ma pazienza: quel che non c’è, non c’è. Del resto forse un po’ ipocondriaca lo sono davvero.

Questa storia dei disagi sta andando troppo per le lunghe. Prima di chiudere però voglio aggiungere qualcosa circa la vita da strada degli ultimi giorni. Sulle strade asfaltate si guida tranquillamente e senza problemi, a patto di prestare attenzione ai distributori di benzina: sulla carta sono stati bloccati a ogni rifornimento 200euro di cauzione, e ci sono voluti quasi dieci giorni per sbloccarli. Di questo passo la disponibilità si esaurisce in fretta: non si verifica con tutte le carte, ma a scanso di brutte sorprese è anche possibile acquistare delle schede prepagate (le vendono alle stazioni stesse) per non incorrere nell’inconveniente. Il meteo cambia in continuazione, le previsioni sono poco affidabili e mutevoli: di fronte a questo restano solo due opzioni, programmare o meno. Si può arbitrariamente scegliere di “fare il giro”, in senso orario o antiorario poco importa, rispettando tappe prefissate; oppure si può navigare a vista, adattando programmi e destinazioni praticamente di giorno in giorno. Del resto c’è così tanto da esplorare che in ogni caso si perderebbe qualcosa di imperdibile: quindi penso che ognuno dovrebbe regolarsi come meglio si sente. Si può facilmente intuire per cosa abbiamo optato noi: per questo motivo non ha senso secondo me scrivere l’itinerario del viaggio, andando in netto contrasto con il sottotitolo del mio stesso blog – “itinerari semplici, ma naturali”. Cercherò di descrivere quanto visto, senza tracciare nessuna linea.
La cosa più inutile che ho portato con me è stato il treppiede, perché alla fine non l’ho mai usato. La cosa più utile, a parte un buon anti-vento/pioggia, è stato il cibo: ovunque lungo la strada si trovano tavolini che assicurano la possibilità di cucinare un pasto con una vista stellare. La cosa più utile comprata in Islanda, manco a dirlo: le buste di plastica.


Tu che ne pensi?:)